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Da Candreva a Baggio fino al "Bepi": quanta ignoranza nella cultura calcistica, ma con un distinguo doveroso.

23.02.2012 12:06 di Luca Ronchi  articolo letto 1534 volte

Giocatori definiti mercenari o traditori per aver cambiato maglia, insultati o minacciati per aver esultato ad un gol contro una loro ex squadra (magari dopo un solo anno di permanenza), invitati a redimersi per aver tifato da bambini per un'altra squadra.

CASO CANDREVA- Tutto questo non è una cultura sportiva da terzo mondo, ma succede in Italia, dove il centrocampista Candreva, passato nel mercato invernale dal Cesena alla Lazio, ha dovuto indire una conferenza stampa come se si trattasse di un processo di un pluri omicida, per smentire la sua fede giallorossa vissuta nell’infanzia. I tifosi celesti l’hanno accolto tra gli insulti e i fischi, cosa inconcepibile in qualsiasi altra disciplina sportiva.

PRIMA TIFOSI, POI CALCIATORI- I tifosi però non sanno che, un giocatore, prima di diventare tale, è un bambino con i suoi sogni, idoli, passioni, tifo calcistico per una squadra. Fede che nasce per una moltitudine di motivi: luogo di nascita, amicizie, influenza di genitori o fratelli, simpatie per un giocatore, preferenze cromatiche per una maglia etc.
Una volta diventati calciatori però, il calcio diventa una professione come altre, in cui ogni essere umano dotato d’intelletto, vede nel proprio lavoro un motivo di crescita professionale ed economica. Un ambizione sacrosanta che appartiene ad ogni individuo e lo stesso vale per un calciatore.

E’ normale che un giocatore ambisca a traguardi sportivi sempre più prestigiosi e scelga un club che gli possa offrire questi traguardi, ma non solo, c’è anche giustamente l’aspetto economico, in quanto uno sportivo, a differenza di altri lavori in cui si percepisce uno stipendio fino a 70 anni, la finestra in cui poter guadagnare e che  permetta una solidità economica futura, nel mondo sportivo è di pochi anni e la cosa vale solo per un elite di atleti

BAGGIO- Ma non solo il caso Candreva ha fatto discutere. E’ notizia di ieri che, sui social network e i blog dei tifosi bresciani, Roberto Baggio è stato insultato per aver posato in una fotografia scattata a Zingonia, con la maglia dell’Atalanta.
Roberto Baggio appartiene alla sfera di quei giocatori amati da tutti, giocatori che vanno oltre i colori di una maglia, ambasciatori di questo sport invitati in numerose manifestazioni sportive come simbolo di professionalità, serietà, uomini immagine che hanno fatto la storia del nostro calcio.

Roberto Baggio è passato dall’indossare la maglia della Fiorentina a quella della Juventus dove ha cominciato a vincere, poi è passato all’Inter, Milan, Bologna e Brescia. Per chissà quale malsano motivo, proprio i bresciani, hanno visto Baggio come una loro bandiera, se lo sono accaparrato senza nessun diritto effettivo.

A prescindere che il tifoso deve imparare a non legarsi più ad un singolo giocatore, ma ai colori di un club, non si capisce bene il motivo per cui Roberto Baggio, ospite a Zingonia per un corso d’allenatori, abbia dovuto rifiutare un omaggio offerto gentilmente dalla società orobica.

Le bandiere nekl calcio non esistono, salvo rare eccezioni di comodo perchè è facile legarsi a vita ad un club, quando questo club si chiama Milan, inter, Juve o Roma, meno semplice farlo all'Atalanta, Bolgona, Fiorentina o chi per essa. Così come è facile fare il giocatore/tifoso, quando si è a fine carrriera. Solo un caso ha fatto davvero rumore, ed è stato il rifiuto di Di Natale alla Juventus. Il rifiuto non è arrivato a 35 anni, ma a 31, quando Totò aveva l'ultima occasione della sua carriera per sottoscrivere un contratto decisamente superiore a quello che percepisce a Udine, e ambire a traguardi più prestigiosi.

BEPI- Ma non solo nel calcio succedono certi episodi d’assurdità. Il nostro cantautore bergamasco, atalantino doc, Bepi, è stato accusato di alto tradimento dai tifosi atalantini, per aver indossato la maglia del Brescia in occasione di un concerto in terra bresciana. Una cosa del tutto normale per un’artista che si deve far amare per la sua professione in tutta Italia. Non per i tifosi che, hanno visto nella maglia del Brescia, il significato di un crocefisso per un talebano.

UN DISTINGUO- Però in questo caso è bene fare un distinguo doveroso. Il tifo, la fede calcistica, va rispettata, mentre spesso capita che artisti, politici, imprenditori, o giornalisti, cavalchino una fede calcistica per farsi pubblicità nel loro ambito sociale d’appartenenza. Un politico va a caccia di voti in una tifoseria, un cantante, cerca consensi e nuovi adepti, un imprenditore, lega la sua immagine ad una squadra etc.

IL TIFO SEGRETO COME IN POLITICA- Il calcio in Italia è visto come la politica, il tifo spesso deve restare quasi segreto per non scontentare qualcuno, per paura di subire conseguenze e ritorsioni personali, assurdità che fanno parte di questa società un po’ deviata.
Se un personaggio pubblico vuole indossare un etichetta ufficialmente, dichiarando la prorpia fede calcistica, è giusto che la persegua, mantenendo un comportamento coerente e disciplinare fino in fondo.
Se il Bepi (facciamo un esempio nostrano), si identifica come atalantino doc, viene invitato in una trasmissione tv locale a parlare di Atalanta, deve saper fare anche delle rinunce ed evitare ruffianate, come quelle di indossare una maglia degli acerrimi nemici del Brescia.

Nessuno gli vieta di cantare  oltre il fiume Oglio, ma indossare una maglia delle Rondinelle..…
Attenzione, per moltissimi è una gesto del tutto indifferente e normale, ma sapendo come funziona il tifo in Italia, forse, era meglio evitare o poi subirne consapevolemente le conseguenze, come il nostro Bepi ha dovuto fare.

L’APPELLO DEL BEPI- Lo stesso cantautore ieri ha voluto lanciare un appello:”Un appello al buonsenso è inutile perché non è questione di misura, è questione di potere. Qualcuno ha interesse a mantenere l'intolleranza anche se è una minoranza, perché si è autoproclamato tutore di qualcosa. Perciò non faccio un appello agli ultrà, ma a chi segue il calcio come me: fatevi sentire, dite ad alta voce che voi non la pensate così. Che la diversità è bella e non significa rinnegare il proprio tifo”.

Bravo Bepi, ma è più facile che tu vinca Sanremo, piuttosto che cambiare la cultura calcistica del tifo in Italia.


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