I segreti di un successo. Lavoro, programmazione e sacrificio

04.01.2018 05:09 di Luca Ronchi  articolo letto 1745 volte
Fonte: Gazzetta dello Sport
I segreti di un successo. Lavoro, programmazione e sacrificio

Se esistesse una parola per descrivere una città, una sola parola, quella da abbinare a Bergamo sarebbe senza alcun dubbio «lavoro». Tutte le gioie, tutti i successi, tutte le imprese, in qualsiasi campo, imprenditoriale, finanziario, culturale o sportivo che sia, qui sono figli del lavoro. Quello vero, duro, s’intende. Quello che fa venire i calli alle mani, il sudore sulla fronte, il male alla schiena. E anche la vittoria dell’Atalanta al San Paolo di Napoli, e in generale questo periodo d’oro della squadra di Gasperini, nasce come diretta conseguenza della fatica, di un’etica del sacrificio che, ad altre latitudini, non conoscono. Chi parla di miracolo a proposito dei nerazzurri sbaglia, e non di poco: il miracolo appartiene alla sfera del mistero, a qualcosa che non è spiegabile attraverso la logica. Nell’Atalanta, in questa Atalanta, c’è invece molta logica, c’è un progetto che, una volta pensato e disegnato, viene partita dopo partita riproposto sul campo. Provate a seguirli per novanta minuti, i giocatori del Gasp: si muovono con perfetta sincronia, sanno quello che devono (e non devono) fare, si aiutano, corrono, pressano. In poche parole: fanno fatica. E, nel farla, si divertono. Questo è il segreto per arrivare a stupire.

PENSIERI Ovvio che adesso si spinga il piede sull’acceleratore e si vada oltre, si cominci a sognare. E ci mancherebbe altro: se batti il Napoli capolista in casa sua e ti guadagni la semifinale di Coppa Italia contro la Juventus, se sei già ai sedicesimi di Europa League (senza aver mai perso una partita), perché mai ci si dovrebbe fermare? Perché si dovrebbero imprigionare i sogni di quei cinquecento che, martedì notte, sono corsi all’aeroporto ad accogliere gli eroi che tornavano da Napoli? Se i più giovani si aggrappano alle invenzioni del Papu Gomez e s’infiammano alle giocate di Cristante o alle galoppate di Cornelius, i più anziani pescano nella valigia dei ricordi e ci trovano emozioni e immagini che hanno trasformato Bergamo in una piccola capitale del calcio. In finale di Coppa Italia l’Atalanta ci è arrivata per tre volte: nell’86-87 l’ha persa proprio contro il Napoli, nel ‘95-96 è stata sconfitta dalla Fiorentina, ma chi ha i capelli bianchi (e perlomeno grigi) come può dimenticare l’impresa del 1963, quando quel funambolo di Angelo «Domingo» Domenghini segnò una tripletta contro il Torino e regalò a Bergamo l’unico trofeo della storia?

SACRIFICIO Un errore, tuttavia, i bergamaschi non lo commetteranno. Si lasceranno sì cullare dai sogni (perché è logico e legittimo), ma non se ne faranno travolgere. Il prossimo 2 giugno saranno passati 55 anni dall’unico trionfo. Dopo le celebrazioni si torna al lavoro, senza un attimo di pausa, con la stessa voglia di faticare e con lo stesso spirito di sacrificio. Gasperini, da perfetto capo-officina, sorveglia: basta una distrazione, un semplice e banale dettaglio non curato con la necessaria attenzione, a rovinare ciò che è stato fatto finora. Il rischio di cadere in tentazione c’è, ma a Bergamo sanno come tenere a bada il diavolo e sanno, soprattutto, che non esistono successi se non arrivano attraverso l’impegno e la fatica.