Cornelius:"Avevo tante offerte, ma l'Atalanta è arrivata prima. Mi piace il calore del pubblico, non la mancanza di puntualità"

 di Luca Ronchi  articolo letto 2408 volte
Fonte: Corriere della Sera
Cornelius:"Avevo tante offerte, ma l'Atalanta è arrivata prima. Mi piace il calore del pubblico, non la mancanza di puntualità"

Sorridente, positivo. Qualche parola in italiano («Lo capisco, ma se parliamo inglese è meglio»). Andreas Cornelius si sta prendendo sempre più la scena all’Atalanta.

Come valuta la stagione?
«Sono felice dei miei miglioramenti, ho cominciato a imparare le tattiche, a giocare all’interno del sistema. Sono felice della squadra e dei risultati che sta ottenendo. Spero nei prossimi mesi di continuare a giocare spesso come nelle scorse settimane».

A discapito di Petagna.
«La relazione con Andrea è ottima. Lo osservo molto in campo, per imparare e migliorare le mie performance».

Perché ha deciso di trasferirsi all’Atalanta?
«Ovunque ho sentito parlare molto bene dell’Atalanta. Tutti dicono che è un buon club, guidato molto bene. Che ha un ottimo manager, bravo a gestire i giovani. Io sono un po’ più vecchio, ma ho ancora voglia di imparare».

Offerte da altri club?
«Avevo altre opportunità, ma l’Atalanta si è fatta viva con anticipo e ha fatto un’offerta concreta. Prima dell’inizio del mercato. Tanto è vero che ho potuto fare i compiti a casa (ride, ndr), studiando fin dalla scorsa stagione le gare dei nerazzurri».

È diventato subito l’idolo della curva.
«Mi piace il calore del pubblico, ho avuto un grande benvenuto che ha reso più facile il mio inserimento».

La chiamano «vichingo».
«Mi piace il soprannome. Capisco il motivo perché sono differente dalla maggior parte degli italiani: alto e biondo. In Danimarca mi chiamano con il diminutivo: Corner. Non è così divertente come vichingo».

Come è stato l’impatto con il calcio italiano?
«Mi aspettavo che fosse molto più tattico, che creare chance per sognare fosse difficile. Invece qui il calcio è molto divertente. Poi a Bergamo si pratica un calcio offensivo. Inoltre il livello tecnico e le abilità individuali sono superiori rispetto alla Danimarca. Ci sono molti giocatori che sanno fare i numeri».

Come è cambiato il suo modo di giocare?
«In Danimarca e con la Nazionale stavo in area ad aspettare i cross per segnare. Ora ricevo la palla tra i piedi, spesso sulla fascia. Il mister in questo mi ha insegnato molto. Soprattutto dove mettermi per ricevere il possesso e come posizionare il corpo».

È più semplice finire tra i primi sei in campionato, battere il Borussia o battere la Juve in Coppa Italia?
«Il campionato è più complicato perché ci sono molti avversari che combattono per quelle posizioni. Con Borussia e Juve abbiamo quattro partite secche. Probabilmente è più semplice andare avanti nelle coppe».

Con chi ha legato di più nello spogliatoio?
«Hateboer. Tra olandesi e danesi c’è più affinità, inoltre siamo compagni di stanza in ritiro e abbiamo la stessa età».

Qual è l’avversario che l’ha impressionata? 
«Higuain per come utilizza il corpo per difendere la palla. Icardi per i movimenti in area, come accaduto sul gol che ha segnato a noi».

E tra i suoi compagni?
«Gomez potrebbe giocare in una top club. Inoltre rende le cose più facili per me».

Non è rischioso essersi trasferito nell’anno dei Mondiali?
«Per il posto in Nazionale penso che sia meglio giocare di meno, ma a un livello più elevato come quello italiano. Spero di essere convocato e di aiutare la squadra a passare il turno. Abbiamo buone possibilità, magari alle spalle della Francia. Le altre nel girone infatti sono Danimarca e Perù».

Ha qualche rituale prima di una partita?
«No. L’unica routine, il giorno prima della partita, è giocare a Mario Kart con gli altri compagni di squadra (ride di nuovo, ndr)».

Perché ha cominciato a praticare il calcio?
«All’asilo giocavo con i miei amici poi mamma mi ha portato alla scuola calcio. A cinque anni anche se l’età minima era di sei. Ho cominciato come difensore poi hanno visto che ero bravo a segnare e mi hanno spostato in avanti».

Nessun altro sport?
«I miei genitori mi permettevano di praticarne uno alla volta. E non volevo mollare il calcio. Mi piacciono i grandi eventi come le Olimpiadi oppure la pallamano, che è uno sport importante in Danimarca. Mio padre ci giocava».

Era un bravo studente?
«Da adolescente ho sofferto perché ero pieno di energia e volevo sempre uscire dalla classe per giocare. A sedici anni nelle Superiori ho ricominciato ad apprezzare lo studio anche se non era semplice: al terzo anno, l’ultimo, ero al Copenaghen e in Nazionale ed ero spesso in trasferta. Sono riuscito comunque a diplomarmi, un risultato di cui vado molto orgoglioso».

Hobby?
«Il buon cibo. E qui in Italia c’è l’imbarazzo della scelta. Della cucina bergamasca ovviamente adoro i casoncelli».

I suoi compagni utilizzano molto i social network. Lei meno.
«Non mi piacciono molto. Forse perché ho incominciato a essere esposto a livello mediatico fin da quando avevo 17 anni. Non voglio contribuire a questo circo».

Una cosa che ama dell’Italia e una che odia.
«Il tempo. Vedere il sole e sentire il caldo spesso anche in inverno mi rende felice. Non amo il ritmo slow. Qui pure se chiami un professionista è dura che rispetti la puntualità».

È sempre sorridente, non si arrabbia mai? 
«Sì, quando mi rendo conto di non aver dato tutto in campo. Fuori? Non mi arrabbio mai».