Cristante volta le spalle alla serie A:"Mi piacerebbe giocare in Premier. Mi davano dal brocco ma sono andato avanti per la mia strada. Il nome Bryan? In onore di un cantante che piaceva ai miei genitori"

01.02.2018 12:19 di Luca Ronchi  articolo letto 2657 volte
Fonte: Corriere della Sera
Cristante volta le spalle alla serie A:"Mi piacerebbe giocare in Premier. Mi davano dal brocco ma sono andato avanti per la mia strada. Il nome Bryan? In onore di un cantante che piaceva ai miei genitori"

Dal Milan al Benfica ai prestiti. Poi l’esplosione: «La mia generazione può rifondare il calcio italiano: senza la fretta di un mondiale si può ricostruire con noi giovani»

Bryan Cristante, che cosa ha visto in lei Gasperini che altri non avevano visto?
«Ero un falso lento, ma era un’impressione, appunto: l’inserimento è sempre stata una mia caratteristica, solo che non me lo chiedevano come fa Gasperini adesso...».

Un classico: il sistema Atalanta migliora i giovani.
«Sicuramente. Per noi centrocampisti l’obbligo è di non restare mai bloccati in mezzo al campo, correre, osare».

Così è diventato pure il capocannoniere dell’Atalanta.
«La ciliegina finale. Essere “fisicato” aiuta, ma è basilare il supporto dei compagni».

Soprattutto di Gomez: le ha fatto 5 assist su 10 gol.
«Io e il Papu sentiamo il calcio allo stesso modo. Io so che se mi butto la palla arriverà; lui sa che se lancia ci sarò. Siamo due tipi puntuali».

Il clou finora è stato Liverpool: 5-1 all’Everton, doppietta e rigore procurato.
«Fare l’Europa con l’Atalanta significa vivere in un’altra dimensione: partite simili sono impossibili da sbagliare».

Soprattutto se poi si trovano i tifosi all’aeroporto...
«Che emozione! E per avere vinto il girone di Europa League. Mi chiedo cosa succederebbe se dovessimo vincerla».

Piano, ché prima c’è il Borussia Dortmund.
«Nella sfiga abbiamo la fortuna di giocare con una grande: se passi, l’impresa è epica. Per me partiamo 50 e 50. Anche perché il calcio di Gasperini è il più europeo d’Italia: moderno e intenso».

Europa più importante di campionato e Coppa Italia?
«No. Noi puntiamo ad andare più avanti possibile ovunque, a partire da questa semifinale con la Juve».

L’hanno paragonata a Berti e Stankovic...
«Sincero? Non li ho mai visti, sono troppo giovane. Ma in generale io non ho modelli e sto bene nei miei panni».

Di certo non le piaceva il riferimento a Redondo.
«Infatti. Me l’hanno affibbiato a 15 anni al Milan. Ma io non sono un regista».

Con il Milan ha esordito a 16 anni in Champions.
«Mentre mi alzavo dalla panchina Ibrahimovic mi diceva: “Vai tranquillo”. Io non capivo nulla, ed è stato meglio così: testa libera e via. Quando a 18 ho esordito in campionato ormai ero un veterano...».

In fondo, lei era considerato un predestinato.
«Già, fin da piccolo mi parlavano di un grande futuro».

Invece l’hanno ceduta: sacrificato al bilancio?
«Non lo so, ma ho accettato volentieri: al Benfica è stata una grande esperienza. Fuori casa a 18 anni non hai scelta: devi svegliarti, disporti a imparare culture diverse in campo e fuori. In Portogallo sembra che vadano lenti, invece è un calcio molto intenso e fisico. Mi ha fatto bene».

Il ritorno in Italia a Palermo e Pescara però non ha funzionato.
«E lì all’improvviso divento un brocco...».

Ma l’Atalanta la salva al punto che poi trova anche la convocazione in Nazionale: prove di futuro?
«Lo spero. L’esclusione dal Mondiale è stata una mezza tragedia ma può essere l’occasione di un nuovo inizio per tutti. Senza la fretta di un Mondiale, si può ricostruire con noi giovani e creare un blocco per il futuro».

Altri nomi oltre Cristante?
«Due li trovate a Bergamo: Caldara e Spinazzola. Ma ce ne sono ovunque: la crisi di talenti non esiste, basta solo avere più pazienza e fiducia».

Che cosa pensa del no di Verdi al Napoli?
«Non mi pare uno scandalo. Forse pensa che da titolare certo può migliorare la sua crescita. Ci può stare».

Le grandi pare che siano in coda per lei. Compresa la Juve
«Non so. La mia estate di mercato dipenderà dai prossimi cinque mesi con l’Atalanta. Ma non escludo la Premier League un giorno: mi piace e mi pare adatta alle mie qualità tecniche e fisiche».

La voglia di estero nasce anche dalle radici? Suo padre è canadese e il Canada la voleva in Nazionale.
«Sì, ma meglio l’azzurro dai. Fossi stato un hockeista magari...».

Si chiama Bryan in onore di Bryan Ferry: ma lei lo ha mai ascoltato?
«Zero, quella è la musica che piace ai miei. Io ascolto hip hop, amo l’America, portavo il 24 in onore di Kobe Bryant e seguo l’Nba. Quella vera però, niente Playstation».

Da fenomeno a brocco a ottimo giocatore: c’è una morale nella sua storia?
«Sì, che bisogna credere sempre in se stessi e lavorare senza ascoltare ciò che dicono di te. Quando mi segavano dandomi dello scarso io sapevo quanto valevo e davo retta solo ai miei e al tecnico. Altri compagni bravissimi non si sono tappati le orecchie e si sono persi per strada».

Cristante invece dove va?
«Per ora in campo, a lavorare come sempre. Poi chissà».