Gasperini a tutto campo lancia un altro allarme:"Se l'Atalanta cambia il vestito, il mio lavoro finisce qui"

 di Luca Ronchi  articolo letto 3064 volte
Fonte: Gazzetta dello Sport
Gasperini a tutto campo lancia un altro allarme:"Se l'Atalanta cambia il vestito, il mio lavoro finisce qui"

Vi ricordate le stilettate che Gasperini ha lanciato contro la società da settembre ad oggi? Mercato non concordato, troppi stranieri, troppi giocatori in rosa fino ad acquisti non concordati. Ora Gasperini lancia un altro allarme che sa tanto di appello ai naviganti: se c'è una big, venite a prendermi, sono libero. La sensazione è che pure il Gasp vorrebbe passare all'incasso come i giocatori che sognano una big.

Chiuderete un anno vissuto in paradiso o quasi.

«Un grandissimo anno, abbiamo quasi timore che finisca. Siamo andati oltre ogni previsione, tecnica ed economica. Abbiamo fatto plusvalenze con il mercato, abbiamo acquisito lo stadio. I tifosi sono entusiasti e anche da questo punto di vista l’immagine della città e del club sono migliorate: invece degli scontri, abbiamo visto un pubblico di famiglie e bambini. L’Atalanta è un bel fenomeno, ma dobbiamo stare attenti ad alimentarlo nel modo migliore. Va preservato il sistema Atalanta che ha avuto successo».

Quanto c’è di Percassi e quanto di Gasperini in questo fenomeno?

«Principalmente il merito è di Percassi, basta vedere come è organizzato questo centro sportivo, basta pensare allo stadio. Certo, i risultati hanno accelerato il processo, ma Percassi è un atipico. Non sono molti nei nostri club i presidenti tifosi, nati nella città della squadra che possiedono e nella quale hanno pure giocato. Quello che sta facendo è più un regalo alla città che un progetto sviluppato per altri fini».

Poi c’è il fattore Gasperini...

«Credo di aver realizzato il suo desiderio: Percassi mi ha convinto parlandomi di come intendeva l’Atalanta. Voleva una squadra giovane, voleva in prima squadra molti ragazzi cresciuti qui».

Il cosiddetto modello Bilbao.

«Un modello che prima qui non c’era: l’Atalanta ha sempre prodotto grandi talenti, ma non ha mai impostato la prima squadra su questo. E temo che il sistema cambi. Se l’Atalanta si priva di questo sistema diventa un club normale. Non sarebbe più la mia Atalanta né l’Atalanta di Percassi e il mio lavoro qui sarebbe finito».

Teme che qualcosa ora potrebbe cambiare?

«Il rischio c’è. Per me la strada continua a essere quella dello sviluppo delle risorse che abbiamo in casa. Questa era la visione che Percassi e io abbiamo condiviso e questo è il vestito giusto per l’Atalanta. All’Atalanta servono giocatori d’élite, un Papu Gomez per ruolo, tutto il resto ce l’ha già. È così che è stato costruito il successo e sarebbe un peccato cambiare e fare come altri club che hanno impoverito il nostro calcio prendendo all’estero quello che non serviva. Poche società come l’Atalanta possono permettersi questo tipo di strategia, ma se si cambia strada Zingonia, il settore giovanile, le strutture si svuotano di senso».

Non le piacciono i presidenti che vanno a caccia di figurine?

«No. Ho le mie idee, poi è chiaro che ogni club è diverso».

È diverso ad esempio il Milan, e arrivano tante indiscrezioni da Milano ..

«Milan, Torino: sono soltanto voci. Non ci penso. Non siamo neppure a metà della stagione e c’è ancora tanto da giocare».

Magari si vede come il Ferguson dell’Atalanta.

«No. Io alleno e qui ognuno ha il suo ruolo, io non faccio il mercato. Ma società e allenatore devono essere coordinati e condividere le strategie. Un progetto funziona finché è condiviso».

Il momento migliore di questo progetto che ha funzionato bene tutto l’anno?

«Difficile dirlo. La conquista del quarto posto, la Europa League: è stato un crescendo e noi abbiamo sempre alzato l’asticella riuscendo a raggiungere un nuovo obiettivo».

Il momento peggiore?

«L’estate di mercato, poi si va in campo ed è tutto più bello. Odio il mercato aperto e temo il prossimo, ma di solito in gennaio si fanno meno danni».

Più facile ripetersi in A o arrivare in fondo all’Europa League?

«Diciamo che mi andrebbero bene la finale e un quinto posto in A. Scherzi a parte, noi non possiamo vincere l’Europa League. È più realistico confermarsi in campionato, anche se c’è tanta concorrenza in pochi punti. Non dico che possiamo arrivare di nuovo quarti, stavolta anche un sesto posto o un settimo potrebbero bastare: un posto anche nella prossima Europa insomma».

È stata una magnifica annata per l’Atalanta, non per il calcio italiano fuori dal Mondiale.

«La Nazionale è una questione di priorità, come le strategie dei club. Se dai la priorità alla Nazionale devi preservare i nostri vivai ed organizzarti di conseguenza. Se interessa di più il resto si può comprare ovunque, ormai le frontiere sono più che aperte. Magari alla fine avremo una Nazionale povera e una Serie A bellissima».

Era fra i papabili c.t., hanno scelto Ventura.

«A me va benissimo come è andata all’Atalanta».

Della persona Gasperini non si sa molto. Si descriva in breve.

«Sono molto normale e faccio cose normali. Si parla spesso di chi magari ha vite un po’ meno regolari e sembra il modello per tutti, in realtà la maggioranza degli italiani fa quello che faccio io: amo la famiglia, gli amici, chiacchierare a tavola, amo la cucina e le cose belle del mio Paese anche se poi lo critico. Come tutti».

È più tecnico da tuta o da abito?

«Sono un tipo da tuta, alleno e mi piace sporcarmi le scarpe. In panchina però adesso metto più l’abito, ma forse è una questione di età».

A gennaio farà sessant’anni. Da maestro di calcio, come la definiscono, come vede la prossima generazione?

«Ho fiducia nei giovani, faranno cose migliori di quelle realizzate dalla mia generazione. Del resto, lo dico sempre riguardo al calcio: se in un Paese con una base del 90 per cento di bambini che giocano a pallone non riusciamo a produrre una buona Nazionale il problema forse non è dei bambini, è di noi adulti. A volte tarpiamo le ali ai giovani, ma sono certo che questi faranno bene».