Pasalic:"Il Milan fu un sogno, l'Atalanta è realtà. Mi dirà chi sono

22.09.2018 12:17 di Luca Ronchi  articolo letto 1586 volte
Fonte: Gazzetta dello Sport
Pasalic:"Il Milan fu un sogno, l'Atalanta è realtà. Mi dirà chi sono

Mario non ebbe paura di tirare un calcio di rigore. «Quel» calcio di rigore: «L’ultimo, per il primo e per ora unico trofeo che ho vinto, a parte una Coppa di Croazia». La Supercoppa italiana strappata alla Juve è la miglior simbologia che Mario Pasalic trova per spiegare cosa fu per lui il Milan: una gioia troppo breve come le cose impreviste, «tipo quando Montella disse “Io Pasalic lo comprerei, altro che prestito”». Una speranza che si fece inganno, disilludendo i suoi progetti: il flashback riapparirà domani, Pasalic sfida con l’Atalanta quel pezzetto di carriera e amici che sono rimasti tali. «Calabria, Cutrone: li sento ancora, certo». Guarderà tutti in faccia senza tremare, come quel giorno a Doha. «Montella: “Tu tiri il terzo rigore”. Kucka: “Il terzo di solito lo tiro sempre io». Montella: “Ok, chi tira il quinto?”. Silenzio. “Sono pronto, vado io”. Prima ancora di guardare Buffon, avevo già deciso come e dove tirare».

Aveva anche deciso di restare al Milan, ma poi?

«Poi il Milan cambiò gestione e cambiò il mio destino. E io, che a Milanello guardavo incantato tutte quelle foto alle pareti, mi dissi: “Peccato, poteva essere la squadra giusta per me. Per fare almeno un altro anno giusto”».

E invece ricominciò il suo viaggio in prestito: a 23 anni ha già giocato in 5 campionati.

«Troppe città, squadre. E troppi prestiti: così si fa più fatica. Vorrei una squadra dove restare almeno due o tre anni, per capire chi sono: se non sarà il Chelsea, spero sarà l’Atalanta».

Maggio 2017, Atalanta-Milan, giudizio Gazzetta su Pasalic: intermittente. Essere un po’ qua e un po’ là influenza il modo di giocare?

«Sapere già che probabilmente cambierai di nuovo squadra non aiuta. Ma la continuità di gioco non mi manca, altrimenti non sarei stato titolare così spesso, in tutte le squadre dove sono stato. Anche qui all’Atalanta, all’inizio».

E come la mettiamo con rivali come Ilicic e Rigoni?

«La concorrenza ti ricorda che se non dai tutto, c’è chi ha abbastanza qualità da farti fuori».

All’Atalanta gioca più avanti, o più spostato sulla fascia, rispetto alle abitudini di uno che, arrivando al Milan, si descrisse così: «Sono un numero 8».

«E’ il numero che avevo all’Hajduk, qui era occupato e ho preso l’88, e il ruolo in cui credo di aver sempre fatto le cose migliori. Ma questa nuova posizione mi dà più possibilità di fare gol o dare assist».

La duttilità è un vantaggio o può diventare un ostacolo?

«A volte sì, te lo chiedi: meglio avere solo un ruolo? Ma poi rifletti: se sai stare dappertutto ti dai, e dai all’allenatore, più opportunità».

Che opportunità le sta dando Gasperini?

«Mai lavorato tanto, con un allenatore. Buono per il mio fisico: sono quasi 1.90, ho solo da guadagnarci».

Sapere di poter giocare in Europa League era stata una spinta a dire sì all’Atalanta?

«Certo, inutile negarlo: partite in più uguale chance in più, visibilità. Però dobbiamo guardare avanti: siamo fuori dall’Europa, chi siamo dovrà dircelo il campionato».

Ma quel giorno a Copenaghen è come se si fosse spenta anche la luce italiana, non solo europea: che succede?

«Succede solo che serve più attenzione: davanti alla nostra porta, per non prendere altri gol su palle inattive, e alla porta avversaria. L’Atalanta è quella del primo tempo con la Roma: non esiste che ce lo siamo dimenticati».

Peggio per il Milan, dunque?

«Il Milan mi ha spiegato cos’è la pressione di giocare in un grande stadio, mi ha insegnato ad essere anche un uomo, e non solo un calciatore, migliore. Però per l’Atalanta questa partita è troppo importante: mi spiace ma il calcio è anche ingrato, e io ne so qualcosa».

Infatti oggi poteva essere vice campione del mondo con la Croazia e non lo è: preconvocato e poi lasciato a casa

«Sarei bugiardo se dicessi che non ci ho mai pensato e che non ci sono rimasto male. Avevo le qualità per essere fra i 23, l’allenatore si è preso la responsabilità di non portarmi e ha avuto ragione lui. Però almeno poteva spiegarmi perché».

Lo guarda il Chelsea in tv?

«Ogni tanto. In una settimana con loro in Australia ho respirato il calcio di Sarri: qualità e aggressività, possesso palla e pressing mescolati benissimo».

Potrebbe essere il suo calcio?

«Mi sono fatto un’altra domanda: a cosa mi sarebbe servito stare con loro, ma sempre in panchina? Io oggi non sono da Chelsea, o comunque da top club: devo capire se posso esserlo. E per capirlo mi serve una squadra dove stare, e giocare, due o tre anni. Magari tornerò là, magari si capirà che la mia grande squadra è l’Atalanta: vorrà dire che comunque non avrò sbagliato scelta».