Aspiranti allenatori? Ecco come si gestisce una squadra. La tesi segreta di Gattuso a Coverciano. No mental coach e alibi parlando di arbitri o sfortuna.

20.02.2019 04:21 di Luca Ronchi   Vedi letture
Fonte: Gazzetta dello Sport
Aspiranti allenatori? Ecco come si gestisce una squadra. La tesi segreta di Gattuso a Coverciano. No mental coach e alibi parlando di arbitri o sfortuna.

Se il Milan ha finalmente trovato la sua cura è perché Gattuso è un Dottore. La squadra soffriva di una personalità instabile e non aveva forze per reagire. L’ultima vittoria sull’Atalanta l’ha pienamente ristabilita: il Milan si è unito nella difficoltà ed è andato avanti ancora più compatto. Rino non ha il merito del gesto acrobatico di Piatek, ma ha quello di averlo subito inserito nel gruppo. Non ha indirizzato lui il pallone con cui Calhanoglu ha ribaltato la partita, ma più di tutti ha creduto che Hakan potesse riuscirci: per questo è stato ricambiato da un lungo abbraccio. Allenatore e squadra sono nel loro momento migliore, conquistato anche attraverso periodi bui. Tutto previsto: «Luci e ombre nel percorso di carriera dell’allenatore» è il titolo della tesi, consultabile nella biblioteca del centro tecnico, con cui Gattuso si è laureato nel 2014 al Master di Coverciano.

I COLLOQUI Rino oggi sa dare un’identità in campo perché l’ha trovata prima nello spogliatoio. La tesi ha cinque capitoli, si occupa di statistica nella prima parte («quanti ex calciatori del campionato italiano diventano allenatori»), e si chiude con «la scuola di Coverciano», dove Rino ribalta le sue personali considerazioni: «Sono tornato tra i banchi di scuola, e da ragazzino non mi piaceva mica tanto. Sarei bugiardo se dicessi che all’inizio non sperassi in un’agevolazione per meriti sportivi riservata ai campioni del Mondo. Oggi penso l’esatto opposto: la formazione mi ha reso più ricco». In mezzo l’interesse è concentrato nei due capitoli centrali: «L’importanza delle competenze comunicative, nei rapporti con squadra, società e media» e sugli «aspetti gestionali: della pressione, della motivazione, della leadership». I compiti dell’allenatore verso il gruppo «non sono solo tecnici» ma arrivano alla conoscenza «della storia socio-familiare del giocatore». Ma più che sul singolo, un generale si rivolge alla truppa. «Penso sia opportuno dare istruzioni collettive, quando la squadra è riunita. Permette un miglioramento della conduzione del gruppo, con chiarezza e trasparenza. Solo se qualcuno è in un momento di particolare pressione esterna prediligo il colloquio separato in cui il mio consiglio è ascoltare. Nel dialogo privato non utilizzando la retorica, in una comunicazione collettiva toni e gesti possono essere più a effetto. Fondamentale per la stima reciproca è la coerenza. E verso il gruppo poche regole, ma semplici e chiare: scelte dall’allenatore o discusse con alcuni membri della squadra. Mai devono essere percepite come un’imposizione ma come responsabilità personale e reciproca».

I RAPPORTI Il dialogo con la squadra procede «prima, durante e dopo la partita». Prima «alla comunicazione della formazione titolare. Alcuni riducono al minimo l’effetto sorpresa, io ritengo sia importante mischiare bene le carte in settimana cercando di stimolare tutti il più possibile. Consiglio di non ribadire istruzioni in modo eccessivo per non generare ulteriori ansie ma di non avere un atteggiamento distaccato. Nei 90 minuti c’è bisogno solo di positività, trasmessa con fiducia e sostegno... alla fine sono favorevole a un confronto con la squadra subito dopo la partita». Fuori dallo spogliatoio aspettano club e media. «Con la società bisogna restare se stessi, imponendo la propria presenza e rispettando quella altrui. Un allenatore deve dimostrare personalità e responsabilità da subito. Insieme poi porre obiettivi condivisi». E se «c’è coerenza interna c’è anche quella esterna», che arriverà ai giornalisti. Un confronto «da non temere» e da gestire «con intelligenza e rispetto reciproco». No al silenzio stampa che al contrario «comunica» solo «sfiducia e debolezza».

GESTIONE Decisiva per la gestione a tutti i livelli è «la credibilità, definita come la combinazione del cosa si fa e del come lo si fa». Servono poi «conoscenze, capacità didattiche e umiltà, basilare se si vuole essere vincenti». Gattuso è stato esposto a «momenti in cui la pressione esterna pesa come un macigno. Qui è fondamentale mantenere la sicurezza di ciò che si è e di ciò che si fa». Sulla motivazione Rino è un maestro ma a sua volta si rifà «alle teorie di Abraham Maslow: la soddisfazione dei bisogni di livello superiore, per avvenire, necessita della soddisfazione di quelli di livello inferiore». Così no al «mental coach, lo psicologo è l’allenatore stesso che deve sapere come e perché motivare i suoi giocatori. Un allenatore allena anche i sogni, deve arrivare al cuore, mostrare traguardi che sembravano irraggiungibili ed evidenziare il contributo di tutti. La motivazione va bilanciata perché influenzata dai risultati sportivi. Quando diamo la colpa ad arbitro o sfortuna usiamo una «localizzazione esterna» che non favorisce un atteggiamento responsabile».

IL LEADER «Brown considera leader le persone che possono influenzare gli altri più di quanto siano influenzati loro stessi. Non è necessariamente l’allenatore, il capitano o il campione, è chi è capace di creare buoni rapporti con tutti e determinato al raggiungimento degli obiettivi di squadra. Deve godere di autostima, senso di responsabilità e sopportare lo stress». Ma... vanno riconosciuti «anche leader negativi che sentendosi emarginati possono minare il lavoro altrui e mirare al fallimento degli obiettivi». Agli «aspetti metodologici», che riguardano «la filosofia generale dell’allenamento, l’impostazione delle sedute e la programmazione settimanale» è dedicato un capitolo più sintetico. Si parla di intensità del lavoro, test e movimenti che riproducano la partita e tecnologia. I nuovi strumenti aiutano «ma non quanto gli aspetti imprescindibili dall’occhio e dall’esperienza dell’allenatore, che fanno sì che allenare sia soprattutto un’arte». Artista e Dottore, chi ha detto che Gattuso era solo «cuore e polmoni»?