Il mago dei talent scout (Samp), insegna i trucchi del mestiere:"Ecco come faccio a scovare i talenti. Il futuro? Occhio agli svedesi"

25.02.2018 16:54 di Luca Ronchi  articolo letto 1961 volte
Fonte: Gazzetta dello Sport
Il mago dei talent scout (Samp), insegna i trucchi del mestiere:"Ecco come faccio a scovare i talenti. Il futuro? Occhio agli svedesi"

La Gazzetta ha pubblicato recentemente una classifica dei 10 migliori under 20 del mondo e ci sono tantissimi nomi già nel mirino dei top club, ma altri sconosciuti che potrebbero fare le fortune di piccole medie squadra se solo ci fosse il coraggio di crederci e investire su queste promesse del calcio mondiale. 
 
Pecini, lo scout della Samp che puntò su Modric, Icardi e Martial: «Sregolati no, timidi sì . Tre partite al giorno, istinto e relazioni. E per il futuro occhio agli svedesi...»

L’ uomo dei sogni non appare, per lui appaiono i sogni che ha messo in campo. Convinse il Tottenham a noleggiare un aereo per Zagabria e prendere subito un ragazzino che altri consideravano piccolo e senza struttura: Modric. Capì che Icardi poteva fare valanghe di gol dopo mezza partita in cui non ne aveva fatti. Di recente ha puntato su Skriniar e Schick. L’uomo dei sogni si chiama Riccardo Pecini, lavora alla Samp ed è riconosciuto come uno dei talent scout più bravi d’Europa. Alla ricerca di opinioni sugli Under 20, abbiamo chiesto a lui. Primo commento alla classifica: «I primi tre sono indiscutibili. Quanti portieri ci sono? Lafont, Fruchtl, Lunin... Anche io ho fatto la mia classifica e in quel ruolo sono in difficoltà: non ne trovo tanti di alto livello».

E che cosa cambia rispetto alla classifica Gazzetta?

«Vinicius per me è quarto. Leao è più in alto, Szoboszlai tra i primi dieci».

Domanda secca: come si valuta un giovane?

«Vedere una partita e individuare il più forte è facile, possono farlo tutti. La difficoltà vera è capire: va bene per me? Può fare il lavoro di cui ho bisogno? L’incognita nella selezione del talento è la testa, il resto lo fa l’allenatore. Se cambi tecnico ogni sei mesi diventa complicato…»

La testa, appunto. Come si intuisce il carattere?

«Non prendo mai un giocatore senza essermi seduto a parlare con lui. Prendo informazioni sulla famiglia, sul contesto da cui proviene, poi mi fido delle sensazioni. Cerco ragazzi che abbiano voglia, per cui la Samp non sia un ripiego, e con tanta intelligenza cognitiva perché Giampaolo in quello è esigente. Se un 18enne parla quattro lingue, è probabile sia svelto nell’apprendimento. Poi evito chi crea problemi: uno sregolato rovina l’ambiente, un timido non sarà mai un leader ma magari darà sempre il 100%».

Ci sono caratteristiche che vengono sopravvalutate o sottovalutate nella scelta del talento?

«Ci sono criteri oggettivi per l’alto livello: per esempio, ho visto un solo centrale di 1.75 giocare una finale dei Mondiali (Cannavaro, ndr): meglio che in quel ruolo ci siano i centimetri... Poi dipende dal club in cui operi: certi prediligono la struttura fisica perché paga nel breve e altri la tecnica che lo fa a lungo termine. Però per me non si sbaglia un giocatore, semmai si prende un giocatore non adatto in quel momento a quella squadra. Esempio: non credo che l’Inter abbia sbagliato su Kondogbia, credo che Kondogbia sia arrivato nel posto sbagliato nel momento sbagliato».

Ruoli più rischiosi di altri?

«Per noi i difensori, visto come lavora Giampaolo. In generale dico gli attaccanti perché puoi aspettarli meno: a livello ambientale, mediatico, una punta che non fa gol per 5 partite diventa un problema grande».

Numeri e cifre, come nei videogames, aiutano?

«Io un ragazzo prima lo scelgo, poi guardo le statistiche. Gli inglesi hanno dipartimenti che studiano numeri, per me sono solo un supporto. In una punta di 24-25 anni i numeri contano, in una di 19 no. Se avessimo ragionato coi numeri, Schick non l’avremmo preso».

Spesso pare che la ricerca del talento segua delle mode: quali sono quelle del momento?

«I terzini. Tutti li vogliono perché non ce ne sono. C’è stata una moda post-guardiolista che ha portato gli esterni d’attacco a giocare terzini, perché tutti cercavano spinta e qualità. Ora si torna alla ricerca del terzino puro, che sa difendere, ma quel tipo di giocatore non è stato prodotto. Poi i difensori da linea a tre e le seconde punte: il 4-3-3 è in calo. Negli ultimi anni ai centrali abbiamo chiesto prima di giocare e poi di difendere. Oggi stiamo tornando verso l’equilibrio».

Mode nei ruoli, mode nelle zone di reclutamento: quali sono le prossime miniere d’oro?

«Sta tornando alla grande la Svezia. Bene anche la Repubblica Ceca. Poi ci sono scuole calcistiche buone che l’Italia a tratti non attrae, come la Francia o l’Est Europa. Sull’Africa ci penalizzano le regole. Il calciatore africano ha tutto, gli manca proprio quello che qui possiamo dare più che altrove: organizzazione e cultura del lavoro. Ma siamo svantaggiati dalle regole, quindi arriviamo sempre dopo. Io però credo in quel mercato: che cosa mi impedisce di pensare che in Gabon ci siano altri 10 Aubameyang, che non hanno avuto la fortuna di arrivare in Europa giovani?».

E l’Asia?

«Chi ha buone strutture ha sempre prodotto buoni giocatori, pensate alla Corea del Sud. Ma anche lì regole e cultura ci limitano: perché un sudcoreano può far bene all’Amburgo e non in Italia? Poi c’è la grande incognita Cina: se si sviluppa dal basso, è presumibile che alla lunga possa cannibalizzare il continente».

Facciamo un po’ di nomi. Under 20 attuali a rischio flop?

«Ho sempre dubbi sugli inglesi, a livello mentale fanno fatica a gestire il passaggio da gran talento a campione».

Un giocatore su cui non avrebbe scommesso ed è diventato top?

«Verratti. Al Monaco l’ho affrontato e mi ha impressionato molto più che quando lo avevo visto da una tribuna. Certo, aveva qualità, intensità, tenuta mentale, era un leader tecnico già da ragazzino. Io però, da osservatore, non avrei speso gli stessi soldi che ha speso il Psg».

E l’inverso? Un calciatore su cui avrebbe scommesso e invece...

«Pensavo che Sergi Gomez avrebbe giocato da titolare nel Barça. Ha avuto sfortuna, ma a 22 anni è stato ceduto».

La spettacolarizzazione del mercato ha portato al mito dell’osservatore, tanti vorrebbero fare questo mestiere. Ci spiega come funziona? Alla Samp, per esempio…

«Facciamo riunioni bimestrali, che producono dei nomi da seguire e relazionare. Abbiamo uno staff di 5 osservatori professionisti più un coordinatore, ognuno nel fine settimana è via. Ci sono due tipi di viaggi. Le grandi manifestazioni sono belle, divertenti, i viaggi di un normale weekend molto più duri. Esempio: 9 partite in 3 giorni. Magari piove, non danno le formazioni e il campo non ha le tribune... Se si parte il venerdì e si rientra il lunedì, martedì è di riposo, per forza. Mercoledì può diventare il giorno delle relazioni: per ognuna serve un’ora. Stipendio? Sui 3.000 euro al mese, rimborsi esclusi».

Com’è fatta una relazione?

«Due righe di nota per la partita, risultato e condizioni del campo. Poi le voglio discorsive, su quattro macroaree: tecnica, fisica, mentale, tattica. Poi un giudizio finale con una votazione, da 6 a 10».

Usate molto il video? C’è chi pensa che possa sostituire i viaggi...

«No. Lo usiamo per vedere le squadre prima di viaggiare e avere un’infarinatura, o per dare un feedback a segnalazioni avute. Ma è orientamento, non scouting».

Squadre. Secondo lei, chi lavora meglio e perché?

«Innanzitutto per me è importante non dividere gli osservatori tra giovanili e prima squadra, così riesci ad avere uno storico del giocatore, visto dagli stessi occhi. Esempio: chi ha guardato Halilovic solo nelle giovanili pensa a un fenomeno, chi lo vede oggi al Las Palmas a un mezzo giocatore. Fanno così Milan, Monaco, Bayern, anche il Psg da poco. Hanno la strategia opposta Juve, Inter, Real Madrid. Però la Juve è tra le squadre che lavorano meglio, come Monaco, Psv e Feyenoord. E il nuovo trend può arrivare dall’universo Red Bull: sono su tutti i campi più interessanti».

Tanti ragazzi che vogliono diventare osservatore stanno leggendo: che consigli dare?

«Non è un lavoro semplice. Non esiste un corso che lo insegna: osservatore si diventa facendolo. La cosa più facile è affiancare qualcuno all’inizio, poi vedere più partite possibile e soprattutto studiare. Io ho cominciato intorno ai 21 anni dopo aver lasciato l’università. Guardavo partite anche di notte, di ogni livello: serve per fare un archivio mentale, costruire dei parametri. Infine, è importante saper raccogliere informazioni: parlare poco, ascoltare tanto, sviluppare contatti senza esporsi, portare notizie. Come un giornalista, insomma...».