Il paradosso atalantino, società da Premier League, tifosi da Lega pro. Ecco il segreto del calcio inglese: diritti tv,, nuovi stadi e grandi campioni, così il calcio inglese si è mangiato l'Europa

11.05.2019 08:17 di Luca Ronchi   Vedi letture
Il paradosso atalantino, società da Premier League, tifosi da Lega pro. Ecco il segreto del calcio inglese: diritti tv,, nuovi stadi e grandi campioni, così il calcio inglese si è mangiato l'Europa

Mentre la società Atalanta è proiettata verso una programmazione all'inglese e la squadra esprime un calcio offensivo in stile britannico, i suoi tifosi sono rimasti decisamente sottosviluppati, impegnati più ad occuparsi di complotti, var, congetture e masturbazioni cerebrali che stanno rovinando un periodo storico straordinario a tutti i veri e tanti tifosi. I veri tifosi non sono gli schiavi che sanno solo leccare il culo senza spirito critico, giustificando ogni cosa che capita con complotti, congetture o alibi inesistenti. 

ECCO IL SEGRETO DEL CALCIO INGLESE

Nel Regno Unito il football non è soltanto un gioco, ma affari, introiti, diritti televisivi e lavoro. La Premier League si sta trasformando nell'Nba del calcio, e le finali di Champions ed Europa League ne sono la prova. Il segreto? Credere nei giovani e investire nello spettacolo

Un quartetto così non si vedeva dai tempi dei Beatles. Klopp, Pochettino, Sarri ed Emery - senza contare il deluso Pep Guardiola nelle vesti di Pete Best - sono i nomi della nuova “British Invasion”. Quattro squadre, un continente in palio. Nella tre giorni calcistica, tra Europa League e Champions, l’Europa ha assistito alla supremazia della Corona inglese: Liverpool, Tottenham, Arsenal e Chelsea conquistano le finali dei due più prestigiosi tornei internazionali per club. Stile di gioco, ritmo, atletismo e grandi nomi hanno reso l’impossibile possibile, ribaltando pronostici ormai dati per scontati e offuscando perfino l’autogol Brexit.

Per molti si tratta di una forma di poesia, per altri invece solo di fortuna e molta tattica, mentre per Arrigo Sacchi il calcio resta «la cosa più importante delle cose non importanti». Sebbene infatti le geometrie del normal one siano di ineffabile bellezza e la tuta del nostro Maurizio Sarri l’outfit più in voga d’oltre manica, i risultati di Champion ed Europa League riaccendono la perplessità per eccellenza tra i calciofili: che cosa ha la Premier League in più degli altri campionati? Fuori dal rettangolo verde e in una sola parola: lungimiranza. La partita principale nel Regno Unito, di fatto, si gioca da anni all’esterno, tra diritti Tv, grandi acquisizioni, indotti e impatti indiretti.

Lo studio nato dalla collaborazione della società Ernst & Young e la Premier League, “Premier League – Economic and social impact”, notifica come l’economia britannica, nella stagione 2016/2017, ha ricevuto dalla League (intesa nella sua integrità di società) un contributo al prodotto interno lordo di 7,6 miliardi di sterline (valore stimabile attraverso il gross value added, il valore aggiunto lordo), di cui 7,2 proveniente dalle operazioni dei club. La First Division ha reso un totale di 4,3 miliardi, somma apice di una performance finanziaria in grado di far passare l’impatto dei club (compresi indotti ed entrate indirette) da 0,7 miliardi del 1998/99, ai 7,2 miliardi del 2016/17 (+800%), con un tasso di crescita media annua del 13%.

Insomma, superati pertanto i cliché del campo all’inglese, l’arbitro all’inglese, il tifo all’inglese, adesso il modello anglosassone è quello fatto di aziende, investitori e un monumentale giro di affari. Non è un caso quindi se i ricavi della Premier - non l’impatto economico per l’intera Nazione - si aggirano sui 5,3 miliardi di euro, seguita da Liga (2,9 miliardi), Bundesliga (2,8 miliardi) e poi Serie A (2,1 miliardi).

Incrociando i dati dei report delle società di consulenza Deloitte e Kpmg, si può avere inoltre un’ulteriore conferma che la conquista delle coppe è solo una logica conseguenza del progetto anglosassone: tra merchandising e introiti indiretti, gli affari commerciali registrano una rendita di 1,4 miliardi (contro i 631 milioni italiani), gli incassi del botteghino sono circa 723 milioni (l’Italia si ferma a 235) e la presenza allo stadio si aggira su una percentuale di occupazione del 96% (sono solo il 62% i tifosi italiani) per un utile netto derivante dal calciomercato di 1,2 miliardi (24 milioni per la Serie A).

Ma non solo. Il calcio inglese è indubbiamente il più ricco al mondo e, per la prima volta nella storia, Londra diventata capitale Uefa; nondimeno la Premier si aggiudica anche il primato di campionato più visto (e venduto) a livello globale. La nuova ripartizione dei diritti Tv esteri, infatti, è una vera miniera d’ora dal valore di 75 milioni di euro annui per i club inglesi.

I ricavi provenienti dai mercati esteri, secondo l’analisi di alcuni quotidiani inglesi, per il nuovo ciclo triennale 2019/2022 supererà la soglia dei 4 miliardi di sterline, in aggiunta ai 5-7 pacchetti che il campionato inglese ha annunciato di aver assegnato a Sky Sports e BT Sport. Il valore complessivo si aggira a poco più di 5 miliardi di euro, distribuiti equamente alle squadre del campionato e garantite da Paesi in cui la Premier sta crescendo esponenzialmente, come Cina (con un pacchetto da 620 milioni di euro), Medio Oriente e Nord Africa (rispettivamente contribuenti con 350 e 460 milioni di euro).

Certo, il confronto indegno tra i guadagni del Sunderland (ultimo in classifica) e quelli della Juventus (campione d’Italia) di qualche anno fa, sono un monito di allarme per il mercato calcistico italiano, come allo stesso tempo un granello di sabbia nell’ingranaggio perfetto della Premier. Perché se gli incassi stellari e la vendibilità scenica del campionato inglese sono frutto di un gioco spettacolare e di una qualità balistica superiore, i risultati a livello europeo - prima di questa stagione - hanno lasciato poco spazio alle esultanze.

A maggior ragione, una tattica che va oltre quella della lavagnetta, ovvero quella economica, ha portato al compimento di un ciclo iniziato molto tempo fa: più soldi significa migliori allenatori, migliori allenatori significa giocatori di prima scelta, giocatori di prima scelta significa più spettacolo, più spettacolo significa più biglietti, diritti Tv alle stelle e maggiore appetibilità finanziaria (il che ci riporta all’inizio). Questo mercato unico nel suo genere, non dimentichiamocelo, ha portato infine al primato sportivo: al Mondiale di Russia giocava in Premier League il 43% delle rose delle 4 semifinaliste.

Tutto sommato, in questo caso, con ragione vale il detto “non è soltanto un gioco”. Il raggio di azione del business con i tacchetti coinvolge, per giunta, anche il mercato del lavoro. L'aumento delle entrate ha fatto scattare una significativa crescita del tasso di occupazione all’interno dei singoli club. Non contando il core amministrativo della stessa Premier League, il numero di lavoratori a tempo pieno è passato da 11.300 del 1999 a quasi 90.300 del 2016/17, mentre nello stesso periodo il contributo fiscale sostenuto dai club è aumentato di 2,8 miliardi di sterline (registrando una crescita del 700% in entrambi i casi).

A guadagnarci da tutto questo, in forza rispettivamente di motore e scocca, sono i settori giovanili e gli stadi. Dimenticatevi, dunque, la Cantera blaugrana: il futuro si chiama Academy. Quella del Manchester City per esempio racconta un progetto da oltre 200 milioni di euro, che dal 2016 ad oggi, oltre a rimpinguare di forze fresche la prima squadra dei Citizens, ha portato alle casse della società un portafoglio di plusvalenza di circa 100 milioni di euro. C’è chi punta alle cessioni, non ultima lo spagnolo Brahim Diaz al Real Madrid per 15 milioni di euro, e chi come Manchester United e Chelsea al successo dei propri calciatori. Chi cresce tra iRed Devils e nei Blues (vincitori di una Uefa Youth League e tre FA Youth Cup consecutive) ha il doppio delle probabilità di sfondare di chi esce dall’academy del Tottenham.

Nel segno dell’idioma inglese, anche il calcio per i sudditi di Elisabetta diventa quindi commercio. E se la sostanza non basta, ad abbellire il tutto ci pensano gli stadi nuovi di zecca. Esemplare, come la scalata della squadra stessa, è proprio quello del Tottenham. Il nuovo impianto degli Spurs, saliti nella top ten delle squadre con maggior fatturato, è costato circa 1 miliardo di euro e, nonostante il ritardo di sei mesi per problemi legati alla sicurezza, si candida come gioiello di architettura e di impresa. Al suo interno si terranno non solo i match della squadra di casa, ma anche gare di football americano e incontri di boxe.

Nel 2006 a fare da apripista è stato l’Emirates dell’Arsenal, seguita nel 2017 dal West Ham, mentre nel 2021 (salvo imprevisti) sarà la volta del Chelsea e nel 2023 dell’Everton. Attorno a questo sfarzo si è creato ovviamente un rialzo dei biglietti e un conseguente aumento degli stipendi per i giocatori, fenomeno che ha portato a pensare a una “bolla speculativa” in grado di viziare per sempre il campionato inglese.

In fin dei conti, però, l’Inghilterra gioca semplicemente ad un altro sport. Sono l’Nba del calcio. E mentre noi continuiamo a stringerci per rimanere in piedi e resistere alle vibrazioni di un anello dopo una rete di Nainggolan contro la Vecchia Signora, dal tetto d’Europa - con tanto di mano a tulipano e accento british - i Beatles del calcio ci salutano, facendo quello che sanno fare meglio: business.