Il problema delle neopromosse? Allenatori troppo bravi. Mancano gli interpreti per giocare da grandi.

 di Luca Ronchi  articolo letto 1609 volte
Fonte: Gianluigi Garlando
Il problema delle neopromosse? Allenatori troppo bravi. Mancano gli interpreti per giocare da grandi.

Baroni: “Cambierò modulo, così non va”.

Il traumatico 11-0 complessivo subito dalle tre neopromosse nel quarto turno di campionato ha dimostrato platealmente quanto sia duro il pane in Serie A. Il Verona ha quasi festeggiato i 3 “soli” gol rimediati dalla Roma che avrebbe potuto serenamente segnarne almeno il doppio. Quanti ne ha incassati il Benevento al San Paolo, senza la forza di reagire. La Spal, che pure aveva aggredito il nuovo pianeta con 4 applauditissimi punti, ha rischiato di soccombere in casa ben oltre il 2-0 del Cagliari.

Le analisi sulla forbice esagerata tra chi è appena salito sull’Olimpo e gli dei che già lo abitano si sono immediatamente sprecate. Rose poco attrezzate per competere ad alto livello, insufficiente disponibilità di spesa, errori nella costruzione delle rose…

E’ rimasta in ombra una ragione che potrebbe aver contribuito nell’apertura delle forbice non meno delle altre: gli allenatori sono troppo bravi. Sì, suona come un paradosso, ma è così: Semplici, Baroni e Pecchia, come in genere gli allenatori delle ultime generazioni, sono ben preparati, ricchi di conoscenze e fremono dalla voglia di dimostrarlo. Comprensibilmente vogliono vivere e non sopravvivere. Dopo aver lavorato tanto per guadagnarsi il grande ballo, non hanno certo intenzione di fare tappezzeria appoggiati alle pareti del salone.

Impongono ai loro giocatori di cacciare la palla alta e di giocarla sempre, anche da dietro. Al grido di “non partiamo battuti”, “non firmo per il pari” e “noi vogliamo giocarcela”, lanciano le truppe all’attacco, con una feda assoluta nel calcio coraggioso e propositivo che pretendono i tempi nuovi e che detta legge in Europa.

Ma anche in Italia l’aria è cambiata. Arrigo Sacchi non è più voce che grida nel deserto, il patriarca solitario che bandiva ogni strada che portava al risultato senza passare dal gioco. Siamo diventati quasi come la Spagna dove organizzano una “panolada” non se prendi 6 gol, ma se giochi male  vincendo. O se ti salvi la pelle “mettendo un autobus davanti alla porta”, come dicono loro.

E così i vecchi allenatori da salvezza, pirati di mille battaglie, che sono stati magari difensori da trincea sotto un qualche Rocco, sono spariti dalla scena, come i primi cellulari con l’antenna.

Avanti i giovani ideologi del gioco che hanno vinto un campionato di B all’attacco e cercano di salvarsi allo stesso modo, attaccando, anche se sul nuovo ring ora incrociano Tyson. Non importa perdere. Ogni partita coraggiosa in fondo è un biglietto da visita per farsi conoscere e guadagnarsi un futuro importante. Come Sarri che non cambiò nulla dall’Empoli di B a quello di A e oggi a Napoli rincorre lo scudetto.

Però i pugni di Tyson fanno male e dopo aver incrociato quel Napoli, Baroni ha ragionato: “Dobbiamo cambiare atteggiamento”.

Non vergognatevi di tirare fuori l’autobus dal garage. In fondo, parcheggiando l’autobus davanti alla porta il Cholo Simeone è arrivato due volte in finale di Champions League.