La Serie A a Pechino? Per ora no, ma si cominciano a gettare i semi. Via libera a Supercoppa, Coppa Italia, Nazionale e Var.

21.03.2019 12:05 di Luca Ronchi   Vedi letture
Fonte: Repubblica.it
La Serie A a Pechino? Per ora no, ma si cominciano a gettare i semi. Via libera a Supercoppa, Coppa Italia, Nazionale e Var.

L’idea è tanto suggestiva quanto impraticabile: esportare un pezzetto del campionato di Serie A in Cina, come la mozzarella o il ragù. Volare a Pechino con il derby di Milano, o provare a paralizzare il traffico di Shanghai con Frosinone-Chievo. Non si può, non si farà, non adesso almeno. Ma la semplice ipotesi, ventilata dal Financial Times, ha vivacizzato l’attesa per l’incontro di domani fra Federcalcio, Lega Serie A e il viceministro della Comunicazione, Shen Haixiong. La lettera d’intenti contempla una lunga lista di iniziative per promuovere lo sviluppo del calcio a Pechino, dai corsi di formazione per tecnici e manager al supporto per l’introduzione del Var, la moviola in campo.

Nell’ultima bozza che sarà sul tavolo, letta e approvata dal presidente federale, Gravina e dal capo della Lega di A, Miccichè, si parla in modo generico di organizzare gare ufficiali italiane in Cina nell’arco di tre anni. E fin qui, niente di sconvolgente: la Supercoppa si è disputata già tre volte a Pechino (la prima dieci anni fa) e una a Shanghai.

Tuttavia, una versione intermedia, già stracciata, parlava espressamente del trasferimento di una partita di campionato, meglio se della prima giornata, dietro lauto budget.

Un’offerta di questo tipo avrebbe reso ancora più appetibile l’accordo imminente con Pechino. Peccato ci sia l’opposizione della Fifa. Il presidente Gianni Infantino è stato perentorio: le partite di campionato devono rimanere nel territorio nazionale. L’ultimo torneo a tentare la fuga all’estero è stato quello spagnolo, spostando la partita fra Barcellona e Girona all’Hard Rock Stadium di Miami. Quando l’evento era ormai già stato pubblicizzato negli States, è arrivato il no di federazione e sindacato calciatori. Prima ancora, ci aveva provato la Premier League nel 2008. Insomma, in Cina l’Italia potrà portare la Supercoppa, la Coppa Italia o le nazionali. Ma il trasferimento della Serie A non è imminente.

L’episodio tuttavia racconta tutta l’ansia del sistema di inventarsi qualcosa per diventare il primo interlocutore di un Paese che, da quando ha varato nel 2016 il Piano per lo sviluppo di medio-lungo periodo del calcio, ha l’obiettivo di farne lo sport più popolare, per poi organizzare un Mondiale e vincerlo. Fino al 2001, la Serie A era il campionato più seguito in Cina. Ora è soltanto al quinto posto, anche per raccolta dei diritti tv, lontanissima da Inghilterra e Spagna, staccata anche da Germania e Francia.

Sulle antenne cinesi, l’ultimo campionato italiano ha occupato 319 ore di trasmissione fra partite e approfondimenti. Quello inglese, quasi dieci volte tanto: 3812. L’ambizione legittima della A di ampliare i ricavi commerciali in Asia è stata mortificata fin qui dall’assenza di una visione strategica comune: ciascun club si muove per conto proprio, sfruttando la forza del suo brand e dei suoi campioni.

Pure le scelte strategiche non sono mai andate in una sola direzione: due anni fa il derby di Milano si giocò a pranzo, orario perfetto per il pubblico televisivo cinese, mentre l’ultimo, in notturna, si è consumato quando a Pechino era notte fonda. Adesso, questa fuga in avanti che somiglia a una tentazione, più che a un progetto concreto. L’ultima Supercoppa a Shanghai finì in modo tragicomico, con i giornalisti Rai, furiosi, costretti a chiedere scusa: la regia locale non riusciva a tenere il pallone nell’inquadratura.