Muriel:"Accolto benissimo, voglio mettere le radici all'Atalanta"

20.07.2019 11:09 di Luca Ronchi   Vedi letture
Fonte: Gazzetta dello Sport
Muriel:"Accolto benissimo, voglio mettere le radici all'Atalanta"

Il colombiano si racconta: un tatuaggio con la divinità più veloce, la paura per l’infortunio, la voglia di Champions con l’Atalanta, i consigli di Zapata e Gasp e un proposito: «Basta trasferimenti»

Il corpo di Luis Muriel ospita pochi, ma mirati, tatuaggi. Uno è sul polso destro, il dio Ermes con le sue ali ai piedi: ci sta, lui non corre pianissimo. Ci sta anche che arrivato qui abbia pensato: «Pure Atalanta era una dea. La chiamano così, no?». Non ha pensato che l’altro polso è libero: non ama promesse a vuoto, «tipo quanti gol conto di fare: poi diventa un obbligo, una pressione». Però Muriel una cosa se l’è promessa: che l’Atalanta possa essere un’avventura molto più lunga di quella del suo idolo di quando era ragazzino, Luis Valenciano, pochi mesi a Bergamo nel ‘92-93, «di Barranquilla come me, ma non ci ho ancora parlato da quando ho firmato». Che l’Atalanta diventi «la squadra dove fermarmi finalmente a lungo (è all’ottavo trasferimento dal suo arrivo in Italia, nel 2010): me lo chiede la mia famiglia e l’ho chiesto io al mio procuratore. E spero di innamorarmi di Bergamo come di Firenze: emozioni così, s solo a Genova».

E quando il suo procuratore le ha parlato dell’Atalanta si è emozionato?

«Doveva ancora finire il campionato e si vedeva il solito film: gli altri in difficoltà e quelli dell’Atalanta che si divertivano a correre ancora come matti. Mi sono detto: “Se vado lì, arriverò anch’io a quel livello di condizione. E se ci arrivo, posso segnare tanti gol”».

Gasperini apprezzerà l’equazione

«Zapata mi ha detto: “Per tre mesi mi sembrava di essere sbriciolato, poi ho iniziato a volare. E Gasperini tira fuori il massimo da tutti”. Ha avuto il suo peso. Poi in questi giorni Gasperini mi ha spiegato come e con quali tempi muovermi per ricevere la palla ed essere il più pericoloso possibile. E ho capito che Duvàn ha ragione».

La vera sfida del mister sarà tenerla in peso forma, darle continuità o farla migliorare nel colpo di testa?

«Per il peso non credo di avere molte alternative e migliorare su un fondamentale a 28 anni è dura... No, no: la continuità di cui tanto si parla».

I suoi alti e bassi: anche perché tende a buttarsi giù, se qualcosa non va?

«Tendevo: è la cosa in cui sono migliorato di più. L’ho capito a Siviglia: giocavo meno, ma ho continuato a lottare».

Lei e Zapata: amici e concorrenti.

«Capiterà. Ma Gasperini mi conosce, potremo anche giocare insieme, come in nazionale: 4-3-3, lui centravanti e io più a sinistra. A me piace girare, non avere una posizione fissa. E mi piace l’idea di giocare e avere alle spalle uno come Gomez: speciale, per gli attaccanti. E se continua a battere le punizioni come ieri in partitella (destro a giro all’incrocio) non ci sarà bisogno delle mie. Anche se quella di febbraio contro l’Inter è piaciuta anche a lui».

Otto anni fa vi sfidavate in Lecce-Catania

«Ne parlavamo l’altro giorno, qui in ritiro. Siamo arrivati in Italia insieme, nel 2010: come passa il tempo, e quanta strada abbiamo fatto».

Fino alla Champions, che lei ha solo sfiorato (8 gare con il Siviglia) senza segnare e il Papu non ha mai giocato.

«Qui si respira aria di entusiasmo speciale ed è una cosa preziosa da conservare».

Scelga un’avversaria.

«Sfidare una fra Real e Barcellona. Ma anche fare soffrire il Bayern: con il Siviglia andammo fuori senza perdere».

San Siro, la vostra casa di Champions: il primo ricordo, pensando a quello stadio.

«Parlando di Champions, Milan-Barcellona del 2013, giocava Cristian Zapata: la vidi da spettatore, stadio unico. Parlando di me, Inter-Udinese 2-5, tre mesi dopo: quel giorno ci prendemmo l’Europa League e feci anche gol».

Ora può dirlo: quanta paura ha avuto che la Champions con l’Atalanta rimanesse un sogno, la sera dell’infortunio in Argentina-Colombia?

«Mi sembra di sentire ancora Paredes cadere con tutto il peso del corpo sopra il mio ginocchio, che inizia a ballare. Guardavo la faccia del medico e non era bellissima, provavo a capire cosa stava dicendo Falcao a James, visto che Radamel di infortuni al ginocchio se ne intende. Ho respirato solo due-tre ore dopo, una volta fatti gli esami. E dopo il lavoro con il fisioterapista dell’Atalanta, Simone Campanini, ho capito che in ritiro avrei lavorato con gli altri. Ma ora posso dirlo, sì: ho avuto paura, tanta paura».