Paloschi, l'ex senza dente avvelenato:"Niente scuse, a Bergamo ho sbagliato io".

 di Luca Ronchi  articolo letto 1940 volte
Fonte: Gazzetta dello Sport
Paloschi, l'ex senza dente avvelenato:"Niente scuse, a Bergamo ho sbagliato io".

Quei diciotto secondi, quasi dieci anni dopo, non sono ancora passati: «Mi fermano per strada e mi parlano di quell’episodio. A me fa piacere perché era la realizzazione del mio sogno di bambino». Il 10 febbraio 2008 Alberto Paloschi era maggiorenne da un mesetto, durante Milan-Siena entrò dalla panchina e dopo diciotto secondi segnò il gol decisivo: «Ma non mi sono mai sentito prigioniero di quei diciotto secondi. Magari qualcuno pensa che chi inizia così debba poi fare tutta la carriera nel grande club, ma ogni calciatore ha il proprio percorso».

Ha accettato la dimensione della provincia o sogna ancora la grande squadra?

«Io voglio solo far bene qui, ma davvero: punto ad andare in doppia cifra e contribuire alla salvezza della Spal. L’ambizione della grande squadra c’è sempre, ma io per riuscire a esprimermi al meglio devo sentirmi importante e quindi ho bisogno di giocare. Mi metto sempre in discussione, ma con ottimismo e senza paura».

Anche perché la paura, quella vera, l’ha provata tempo fa.

«Sì, per un anno e mezzo ero sempre rotto e ho temuto di dover smettere. Facevo tre allenamenti e mi stiravo. Poi Inzaghi mi ha presentato Giorgio Gasparini, il Messi dei fisioterapisti, che ha risolto i problemi».

Che atmosfera ha trovato a Ferrara?

«Un ambiente splendido e familiare. Dal magazziniere ai tifosi sono tutti al nostro fianco. Qui si vive benissimo, ho preso casa in centro, ci si muove in bici. E soprattutto si lavora bene. Dobbiamo restare sempre sul pezzo perché il piccolo particolare può fare la differenza. Va evitato il rischio di entrare in un vortice negativo perché altrimenti si fatica a uscirne».

Ha scelto la Spal dopo una stagione complicata a Bergamo, dove oggi ritorna. Che cosa non ha funzionato tra lei e l’Atalanta?

«Forse era destino: da ragazzo avevo fatto molti provini con l’Atalanta ma erano andati tutti male. Potrei cercare scuse o giustificazioni per le mie difficoltà, ma dovevo essere io ad adattarmi a quella realtà: a cambiare il destino di una persona è la persona stessa. Sono dispiaciuto, ma non ho rimpianti perché ho davvero dato tutto. Forse ci tenevo troppo perché avevo vissuto in quella provincia, mi sentivo a casa. Bergamo è speciale perché, come accade a Ferrara, i bambini tifano per la squadra della città e non per un grande club. Tornavo a casa e mi chiedevo che cosa potessi fare di più per incidere. Mi rode non aver dato una mano, ma ho la coscienza a posto: mi sono sempre allenato bene per non fare un torto alla squadra e a me stesso».

Che cosa ha imparato in Premier League?

«Ad allenarmi sempre a duemila all’ora: ritmo pazzesco. E poi quanto sono importanti le strutture: lo Swansea ha un centro sportivo fantastico».