Razzismo? No rivoluzione culturale o siamo spacciati.

27.09.2019 18:31 di Luca Ronchi   Vedi letture
Fonte: Gazzetta dello Sport
Razzismo? No rivoluzione culturale o siamo spacciati.

Vorrei rispondere a quel signore che s’è lamentato perché dalla tribuna di Verona venivano mandati fuori tifosi ospiti. Ogni cosa nel mondo ha il suo posto: perché allo stadio se tifate la squadra ospite avete l’arroganza di volervi sedere nei settori a voi non dedicati? E addirittura avete pure il coraggio di lamentarvi se il tifoso di casa vuole «difendere» il suo territorio. Squadra ospite? Settore ospiti. Non c’è posto? Te la guardi in tv.

Tutti i veri tifosi sono stufi di vedere questi pseudo-tifosi occasionali fare i loro comodi in un ambiente che non gli appartiene.

m.p.

Lascio in un parziale anonimato anche questo lettore, per non esporlo al pubblico ludibrio. È soltanto una delle tante reazioni allo sfogo ospitato da questa rubrica la settimana scorsa. Come vedete, prevale, in larga parte dell’opinione pubblica calcistica, un concetto tribale, al punto da negare l’evidenza: lo stadio, che è un luogo pubblico per eccellenza, dove anche il tifoso ospite paga il biglietto e ha quindi gli stessi diritti, viene scambiato per «casa». Per molti tifosi la tribuna è un luogo dove deve restare in vigore l’apartheid, cioè il segregazionismo. I tifosi ospiti appartengono a un’altra specie, spregevole. Capite perché il molto di buono che viene annunciato in questi ultimi giorni (Spadafora, Gravina, Malagò) sul piano della repressione
sia straordinariamente
utile, ma non sufficiente.

Perché? Semplice: l’emergenza nazionale prima che di ordine pubblico è di tipo culturale. Il calcio viene fruito in larga parte come una guerra fra tribù e lo stadio come un luogo dove la civiltà non deve entrare. Se non cambia questa percezione di fondo, potremmo mandare nelle curve i gruppi di intervento speciale di esercito e carabinieri o i Navy Seals senza aver concluso quasi nulla. L’educazione al tifo, partendo dalla scuola primaria, deve far parte del programma scolastico a pieno titolo. Si può addirittura sviluppare un intero percorso educativo di questa materia partendo dal modo in cui si sta allo stadio. Parlo di disegno, storia, geografia, in un senso di totale interdisciplinarietà. Mi sembra tuttora incredibile che una Figc e un Coni non abbiano offerto in questi anni una proposta di piano integrato sull’argomento: intendessero cominciare, avremmo qualche riflessione da portare. Ed è ancora più incredibile che le singole società non si siano sottoposte a un codice etico che le vincoli a combattere l’incultura e l’inciviltà nel proprio «territorio»: stadio, vivai, tifosi. L’impressione, casi di vigliaccheria e criminalità a parte, è che ci si vergogni di essere dalla parte del fair play e delle regole. Spero di sbagliarmi.