Alla scoperta del mondo Atalanta. Un modello che si può copiare? Ecco la risposta

20.01.2018 15:51 di Luca Ronchi  articolo letto 1792 volte
Alla scoperta del mondo Atalanta. Un modello che si può copiare? Ecco la risposta

Atalanta che domina il girone di Europa League, che batte in rapida successione Milan, Napoli e Roma fra campionato e
Coppa Italia, è impegnata su tre fronti. Non parliamo di miracolo, perché nella terra di papa Giovanni sanno che i miracoli sono una cosa seria. Chiediamoci piuttosto se l’Atalanta sia un modello sostenibile e replicabile in un calcio sempre più globalizzato e dominato da faraoni della finanza. Come può sopravvivere la provincia, pur ricca? Abbiamo fatto un rapido viaggio in questa realtà emergente toccando i 4 punti chiave: la società, la città, il settore giovanile, il mercato. In ogni capitolo si può notare una peculiarità: i presidenti che fanno i padri e non i padroni. La gente di Bergamo che rivendica con orgoglio un senso di appartenenza che ha pochi esempi in Italia. Un vivaio che da sempre è un esempio. Le strategie e una politica vincente che hanno permesso di fare affari importanti ma pensando al bilancio e ai conti in ordine.

LA CITTA'

un caso unico Il mister Gian Piero Gasperini, 60 anni il 26 gennaio, da due allenatore dell’Atalanta: ha coniugato gioco e risultati.
«Se sei bergamasco non puoi non amare la squadra della tua città». Nel luglio 2010, alla tradizionale festa della Dea, Antonio Percassi fa una cosa semplice: stuzzicare il senso di appartenenza di un popolo. Quelle parole sono la premessa per un progetto che spiega più di un trattato di sociologia il profondo legame tra città e squadra: da allora l’Atalanta regala
una maglietta a tutti i bambini nati nei quattro ospedali di Bergamo e provincia. Nel 2017 sono stati 8.702, in calo del 4,2%: la prima dell’anno una cinese, Jialin. Maglietta anche a lei. Un modo simpatico per fidelizzare la gente, che comunque non ha bisogno di sapere che Bergamo è l’Atalanta, e viceversa. Tutti tifosi della Dea, a partire dal sindaco Gori che, prima della partita con l’Everton di Europa League, ha postato se stesso mentre correva trafelato verso il Mapei Stadium: “Cosa non si fa per l’Atalanta!”. La gente nerazzurra è davvero pronta a tutto: erano oltre 3 mila a Liverpool a vedere la squadra di Gasp dominare. Erano in 15 mila ogni giovedì sera nell’esilio felice di Reggio Emilia. E sono oltre 14 mila gli abbonati, il 29 per cento in più rispetto a un anno fa: l’onda lunga del quarto posto. Altri numeri confermano l’alta fedeltà dei tifosi. L’associazione “Amici dell’Atalanta”, nata nel 1966 (primo socio onorario è Felice Gimondi), raccoglie oltre 60 club a Bergamo e provincia e 11 all’estero: Cina, Maldive,Kenya, Perù, Brasile. Dove c’è anche una piccola città che si chiama proprio Atalanta, come ha scoperto Roberto Pelucchi, inviato della Gazzetta: le fu dato il nome per ricordare la vittoria in Coppa Italia del 1963. Una decisione di molte delle 3.300 persone che hanno cognomi bergamaschi, come Pesenti, Corbani, Vavassori. Sembra impossibile, ma le Mura veneziane, dalla scorsa estate patrimonio dell’Unesco, arrivano fino al Sudamerica.

LA SOCIETA' PRESIDENTI DI FAMIGLIA

Tifosi appassionati e persone di buon senso, mai avventurieri e spendaccioni: da sempre Il popolo nerazzurro è orgoglioso
di questa diversità. Chi ha comprato l’Atalanta, l’ha fatto per amore più che per soldi. Gente nata a Bergamo e dintorni,
che arrivava dal territorio, come si direbbe oggi in un orrendo politichese.

Il Dopoguerra comincia con Daniele Turani, senatore Dc, presidente della Dea dal 1945 al 1964, data della sua morte, un anno dopo lo storico trionfo in Coppa Italia. È il momento in cui arrivano i grandi giocatori del Nord Europa grazie alla collaborazione del fidato consigliere Luigi Tentorio. Gli anni del boom economico sono nel segno di Achille Bortolotti.
Uomo carismatico, il classico mecenate, figura scomparsa nel calcio di oggi. Finanzia una clinica, una casa di riposo per anziani, va a giocare a carte con i pensionati. Ma stringe anche amicizie importanti, come quella con Giampiero Boniperti: da allora ci sarà una corsia preferenziale con la Juve. Resta nell’ombra come consigliere fino al 1970, poi diventa
presidente e nel 1980 passa la mano al figlio Cesare, che guida il club per un altro decennio: nel ’90 perde la
vita in un incidente stradale. E così il vecchio Achille torna in sella perché «per me l’Atalanta è come un figlia da
maritare». Lo sposo giusto è Antonio Percassi, ex stopper dell’Atalanta, che resta fino al ’94, prima di lasciare a
un altro bergamasco che non passerà inosservato: Ivan Ruggeri, amico dei Bortolotti. Divide le quote con Mino
Radici, garantisce alla società una solidità mai venuta a mancare. Poi nel 2008 è vittima di un ictus (morirà nel
2013), gli succede per un anno il figlio Alessandro, fin quando, siamo nel giugno 2010, ricomincia l’era Percassi: Antonio presidente, il figlio Luca amministratore delegato. Perché l’Atalanta è sempre una questione di famiglia.

IL MERCATO STRATEGIE VINCENTI

I grandi affari, con (spesso) annesse plusvalenze, non arrivano mai per caso. Un colpo riuscito può essere anche frutto di fortunate dinamiche ma con l’Atalanta la continuità di acquisti azzeccati e munifiche cessioni non è frutto del caso. A
Bergamo dal 2014, anno in cui Giovanni Sartori è arrivato all’Atalanta come direttore tecnico dopo oltre venticinque
anni al Chievo da giocatore e da d.s., le trattative sia in entrata sia in uscita hanno un corso ben definito.
C’è una prima fase di scouting italiano ed estero: «Siamo in 14», svela Sartori», «più due osservatori del tecnico. I giocatori vengono “spiati” più volte e da osservatori diversi per incrociare le relazioni. Spesso capita di seguire un calciatore e alla fine ne arriva un altro: nel Ludogorets seguivamo l’esterno Cafú ma abbiamo scoperto Palomino…». Negli ultimi anni il club ha mantenuto un osservatorio privilegiato sul Sudamerica mentre in Europa ha concentrato la sua attenzione sulla Scandinavia (da dove è arrivato Cornelius), su Olanda (Hateboer, De Roon), Belgio (Castagne) e su altri tornei dal livello tecnico elevato e dove al tempo stesso è possibile scovare l’occasione giusta a prezzi da Atalanta: «La geografia è cambiata, ci sono Paesi in grande crescita», aggiunge Sartori che preferisce sempre osservare di persona il giocatore. Sartori lavora a braccetto con Luca Percassi, amministratore delegato del club, un passato da calciatore (vivaio
Atalanta e poi una esperienza al Chelsea di Vialli) e ora al timone del club. Assieme valutano la fattibilità dell’operazione
in relazione all’equilibrio dei bilanci: «I conti a posto sono la nostra stella polare e di un giocatore
valutiamo anche gli aspetti personali», spiega Percassi junior . «Comunque la nostra posizione in Europa, l’avere un seguito di tifosi così numeroso e passionale, fa sì che l’Atalanta ormai sia considerata non più una tappa intermedia ma un traguardo». La terza e ultima fase, sia per le entrate che per le uscite, prevede l’ok del primo tifoso, il presidente Antonio
Percassi: «L’Atalanta per lui è passione, non business, ma “ha occhio” per i calciatori», dice Percassi jr . «Soffre
e gioisce come nessun altro per le sorti della Dea. E a volte tocca a me tenerlo a freno».

I GIOVANI UN VIVAIO SEMPRE VERDE

Dietro l’Atalanta che stupisce c’è quello che ormai non è più un segreto ma piuttosto è diventato negli anni un modello da inseguire: il vivaio Atalanta e il centro di Zingonia sono per definizione una fabbrica di sogni e di talenti, una sorta di giardino sempreverde per le Nazionali azzurre. Non solo le grandi d’Italia ma tutte le big d’Europa inviano i propri scout a Bergamo. Da Domenghini a Scirea a Savoldi e Donadoni, da Morfeo, Tacchinardi, i fratelli Zenoni, Locatelli, Donati, Pelizzoli, Montolivo, Pazzini, fino a Bonaventura, Zaza, Gabbiadini, Grassi, Sportiello e all’ultima nidiata lanciata da Gasperini, con Caldara, Conti, Gagliardini: impossibile citare tutti i talenti forgiati a Zingonia. Ma sono tutti accumunati da un percorso: cresciuti prima come uomini (da 44 anni c’è la Casa del Giovane: lì vivono e portano a termine il ciclo di studi), poi come calciatori, arrivano all’inevitabile cessione a grandi squadre: perché il modello Atalanta (20 trofei a livello giovanile) per sopravvivere e puntare ancora più in alto ha bisogno di autoalimentarsi con la vendita delle sue stelline. Le risorse incassate poi vengono interamente utilizzate per investimenti strutturali, sul mercato per la prima squadra e sul settore giovanile stesso: dal ritorno di Percassi alla presidenza ogni anno sono stanziati circa 5 milioni, budget da
squadra di prima fascia. A Zingonia, dove si allenano tutti i giovani dall’Under 15 alla Primavera fianco a fianco
con la prima squadra per sviluppare il senso di appartenenza, entro l’estate nascerà l’Accademia Atalanta: saranno
aggiunti due campi, ampliati uffici e palestre. Per 25 anni il demiurigo di tutto ciò è stato Mino Favini, coadiuvato dal “maestro” Raffaello Bonifaccio. Il timone lasciato da Favini è stato raccolto con entusiasmo e risultati (due scudetti con under 17 e under 15 nel 2016) da Maurizio Costanzi nel 2014: «Abbiamo una rete di 40 collaboratori tra scout e segnalatori
che ci consente di controllare Europa, Sudamerica e l’Africa che offre tante opportunità anche se le
normative ci pongono dei limiti. I talenti del futuro? Guth, Barrow, Kulusevski, Nivokazi, Cortinovis, Ghislandi e Gyabuaa».

IL MODELLO ATALANTA SI PUO' ESPORTARE? NO!

lavoro costante negli anni e da una formula in cui ogni ingrediente contribuisce all’armonia del tutto.
Difficile trovare altrove una città così partecipe e una gestione tanto illuminata delle risorse e dei giovani. Uno stile vincente che mai come oggi ha dato la sensazione di poter durare nel tempo.