Come vivono la Var nei principali campionati europei.

09.11.2019 17:51 di Luca Ronchi   Vedi letture
Fonte: Gazzetta dello Sport
Come vivono la Var nei principali campionati europei.

L'Italia in tema Var è imbattibile, ogni tifoseria (o quasi), la vede come il male assoluto quando gli toglie qualcosa e come la benedizione, quando gli dà giustizia. Spesso viene usata come l'alibi perfetto per giustificare le sconfitte, ma guai se non ci fosse. Non si tratta di tornare all'antico, semplicemente bisognerebbe regolarizzarla meglio, ma la cosa più importante, ahimè impossibile, sarebbe quella di cambiare il cervello alla stragrande  maggioranza dei tifosi rimasti nelle grotte.  Solo in Francia, un campionato minore come il nostro, con gente per cultura sportiva simile a noi, ci sono le stesse polemiche. Noi però abbiamo  i migliori arbitri e assistenti di linea in assoluto, su questo non ci piove. 

INGHILTERRA. DECISIONI RAPIDE

Stockley Park, a ovest di Londra e vicino all’aeroporto di Heathrow, è diventato uno dei luoghi più famosi del calcio inglese, spesso detestato da allenatori e tifosi: qui, in uno studio anonimo, è stato installato il campo centrale della Var, dove vengono seguite le dieci partite della Premier e partono le indicazioni agli arbitri nei casi incriminati.

Quattro casi

Affidandosi al famoso sistema di regole della cultura britannica, la Var interviene in quattro casi ben specificati. Nell’ordine: convalida o annullamenti dei gol (falli e fuorigioco i reati più comuni); rigori (per controllare se la decisione dell’arbitro è corretta oppure no); espulsioni (esame dell’episodio); cambio di identità dei giocatori (la gestione dei cartellini).

Le procedure

La Var esamina con attenzione le azioni non chiare contemplate nei quattro casi. La gestione è affidata ad un arbitro e ad un assistente in servizio nello studio di Stockley Park. Il fischietto sul campo è collegato con gli uomini della Var via auricolare e riceve indicazioni. Solo nei casi in cui la tecnologia e il direttore di gara possano ritrovarsi in disaccordo, l’arbitro ha la facoltà di andare a vedere al monitor l’azione, ma in pratica non succede quasi mai. Di solito, decide lo studio centrale e i tempi sono più rapidi rispetto alla Var italiana: una delle ragioni delle contestazioni da parte dei tifosi e dei media, quando nella stagione 2018-2109 la “moviola” fu testata nella Fa Cup, riguardava proprio la laboriosità delle procedure. La video assistenza fu usata in 69 match, gli interventi furono 14 e la media-tempo fu 84 secondi. Troppi per le abitudini del calcio d’Oltremanica. Tutto bene? Non proprio. Il City, dopo la gara di Liverpool, è sul piede di guerra.

GERMANIA: SEDE UNICA, ERRORI IN CALO MA NON SPARITI
ADESSO C’È IN B

L’inizio fu disastroso: la Bundesliga prima era un paradiso per gli arbitri, rispetto a ciò che avveniva nel nostro campionato. Le polemiche si spegnevano in poche ore, non duravano mesi o anni. E gli arbitri tedeschi avevano (e hanno) il permesso di parlare dopo la partita per spiegare le decisioni. Nel 2017 anche la lega tedesca accettò di sperimentare la Var, ed è stato il caos: errori, tecnologia mal funzionante, assenza di segnale o linee del fuorigioco posizionate male, anche la rimozione del responsabile del progetto video, Hellmut Krug, perché sospettato di aver cambiato, da supervisore, due scelte dell’addetto-Var perché andavano a sfavore dello Schalke, squadra della sua città.

La differenza con l’Italia è nel luogo di visione: da noi negli stadi, almeno fino all’inaugurazione della sala Var di Coverciano (aprile 2020); in Germania in una sede unica, una stanza a Colonia dove siedono arbitri e i due supervisori. La chiamano la «cantina di Colonia»: prima del via di questa Bundesliga gli arbitri sono stati lì in ritiro per esercitarsi. Da questa stagione poi anche la Bundesliga 2, la loro Serie B, ha introdotto il video controllo. Dal 2017 la situazione è comunque migliorata: secondo i dati diffusi a giugno, 82 decisioni sbagliate erano state corrette, 18 in più del torneo precedente. Sono stati analizzati 1728 casi, in 419 c’è stato un dialogo tra arbitro e var, che 111 volte ha consigliato di cambiare decisione; 10 volte un intervento dalla «cantina» sarebbe stato opportuno, ma non è avvenuto. Anche in questo torneo però le polemiche continuano, tipo per una mancata espulsione di Kimmich (Bayern) nella Supercoppa con il Borussia. «E’ stato un errore» hanno ammesso il capo degli arbitri Fröhlich e il responsabile Var Drees.

FRANCIA: ANCORA TANTE POLEMICHE E IL CAPO RECITA IL MEA CULPA

Paese diverso, stesse polemiche. Anche in Ligue 1, la Var, instaurata la scorsa stagione, suscita di continuo dibattiti e proteste. L’ultimo episodio controverso è andato in scena proprio nella partita più attesa di domenica scorsa: scontro d’élite tra Marsiglia e Lione, finita 2-1 ma sbloccata da un rigore in favore dei padroni di casa, che non c’era. A sostenerlo non solo tifosi e dirigenti del club allenato da Rudi Garcia, ma anche il capo degli arbitri. Un mea culpa inedito, davanti ai giornalisti riuniti martedì per illustrare il funzionamento della Var con un apprezzato test pratico.

Simulazione

Una simulazione organizzata nel “bunker” della Var, in pieno centro di Parigi, da dove vengono corrette a distanza le scelte arbitrali. Un palazzo anonimo, con accesso sottoposto a particolari misure di sicurezza. Da inizio stagione, la moviola è intervenuta 343 volte, cambiando 28 decisioni. L’errore più infiammabile è quello sui falli di mano in area. Come appunto quello sanzionato domenica al centrocampista del Lione, Mendes, punito anche se l’arbitro non aveva rilevato il precedente fallo di mano del marsigliese Sanson. Anche perché la Var non glielo aveva segnalato. Il penalty quindi non c’era, come ammesso dal capo degli arbitri davanti ai giornalisti che poi si sono immersi in un test pratico di casi critici. Un esercizio utile per calarsi nei panni dei direttori di gara e percepire la difficoltà di interpretare, in media in 153 secondi, episodi limite. Senza avere la certezza di prendere la giusta decisione come sul rigore poi trasformato da Payet, domenica.

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Vista da fuori, la Var in Liga funziona. Non mancano le polemiche ovviamente, però gli episodi controversi sono limitati e la digestione generale del sistema da parte del pubblico e dei media sembra essere più tranquilla rispetto a quanto sta succedendo in Italia e in Inghilterra. Dopo il primo anno la Liga ha cambiato provider, passando dalla Var gestita da Mediapro, la società di Jaume Roures, strategico alleato del presidente della Liga Javier Tebas, alla società internazionale usata da Fifa e Uefa, Hawk-Eye Innovations Limited. La cosa ha peggiorato la già pessima relazione tra Liga e Federcalcio.

Episodi

Nel campionato in corso sinora ci sono stati due casi che hanno fatto più rumore degli altri: il gol di Cheryshev che ha dato la vittoria al Valencia a Bilbao, con accuse e risposte via tv sul tracciamento delle linee del fuorigioco, e un rigore dato al Levante a Leganes con fallo fuori area e possibile black out nella comunicazione che ha impedito alla Sala Var di avvertire l’arbitro dell’errore. Il Leganes ha chiesto invano la ripetizione dell’incontro. È stato cambiato in corsa il protocollo sulle entrate sul tallone d’Achille: alla prima giornata espulsioni per Molina (Getafe) e Modric parse eccessive, riunione e variazione del metro di giudizio, reso meno ferreo. Il Madrid si è lamentato per una mano in area di un difensore del Betis, con intervento del Var e mancata concessione del rigore. Avevano ragione gli arbitri. È ovvio che anche qui in Spagna il complesso sistema che regola i falli di mano sta creando qualche difficoltà, però i media stanno cercando di spiegare al meglio le tante “microregole”. Le 4 grandi radio nazionali che trasmettono ore e ore di calcio ogni sabato e ogni domenica hanno tutte il loro ex arbitro: gente preparata che aiuta l’ascoltatore a muoversi nei complessi meandri del regolamento, e quindi a smorzare le polemiche.