La criminalità organizzata nelle curve italiane. Un quadro agghiacciante.

26.12.2017 06:51 di Luca Ronchi  articolo letto 1677 volte
La criminalità organizzata nelle curve italiane. Un quadro agghiacciante.

Non c’è solo la passione calcistica a vivere e ad alimentarsi nelle curve degli stadi di calcio. Sottotraccia si muovono anche interessi criminali. È il caso della ‘ndrangheta a Torino, che è riuscita ad inserirsi come «intermediaria e garante nell’ambito del fenomeno del bagarinaggio gestito dagli ultras della Juventus»; è il caso, ancora, dei capi ultras «organicamente appartenenti ad associazioni mafiose o ad esse collegate», come accade a Napoli o a Catania; è il caso, come quello di Genoa, in cui «sebbene non appaia ancora saldata la componente criminalità organizzata con quella della criminalità comune, le modalità organizzative e operative degli ultras vengono spesso mutuate da quelle delle associazioni di tipo mafioso».

Il quadro, dai tratti foschi, emerge dalla relazione, che Linkiesta è riuscita a visionare, stilata dalla commissione Antimafia sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo del calcio. E, in primis, nel mondo della tifoseria, appunto. Un’infiltrazione resa possibile, si legge nel lungo dossier, anche grazie all’anarchia nella gestione degli spazi rispetto ai criteri di assegnazione dei posti. Non è un caso che, scrive la commissione presieduta da Rosi Bindi, «la forza di intimidazione delle tifoserie ultras all’interno del “territorio-stadio” è spesso esercitata con modalità che riproducono il metodo mafioso». D’altronde, secondo i dati forniti dalla Polizia alla commissione, parliamo di stime che raggiungono anche il 30% di pregiudicati all’interno delle tifoserie. E la condizione di «extra-territorialità» che vige nelle curve rende spesso gli ultras intoccabili, tanto che spesso acquisiscono il potere anche di ricattare le stesse società sportive con l’arma della «responsabilità oggettiva che espone la società a sanzioni per i comportamenti violenti o discriminatori posti in essere dai suoi sostenitori». Quel che dovrebbe essere un deterrente, dunque, finisce col diventare parte del problema. Ma per quale ragione le criminalità puntano sempre più alle tifoserie? Semplice: il rapporto tra mafia e ultras «è la porta d’ingresso» che consente alla malavita di avvicinarsi alle società, con l’aggravante, poi, che «le forme di estremismo politico […] rischiano di creare saldature con ambienti criminali mafiosi ancora più preoccupanti per la sicurezza e la vita democratica».

CATANIA, LA COLONIZZAZIONE DELLA MAFIA

Due febbraio 2007. L’ispettore di polizia Filippo Raciti viene ucciso da alcuni ultras del Catania dopo i disordini scatenati dalle tifoserie al termine del derby tra Catania e Palermo. Già allora le indagini «avevano dimostrato a Catania l’esistenza di gruppi ultras organizzati secondo metodi e strutture analoghe a quelli delle associazioni per delinquere», come dichiarato in audizione dal sostituto procuratore della Dda, Alessandro Sergio Sorrentino. E non solo perché c’era una partecipazione corale agli episodi di violenza da parte degli ultras del gruppo «Anr» specie contro le forze dell’ordine, ma è emerso anche «il mutuo soccorso tra gli stessi a seguito degli arresti operati dalla Polizia di Stato dopo questi episodi di violenza, con vere e proprie raccolte di fondi tra gli stessi per sostenere le spese legali delle famiglie». Esattamente come avviene negli ambiti mafiosi. Senza dimenticare altre inchieste da cui è emerso come «la custodia di armi e di droga per conto terzi (parliamo anche di armi da guerra come kalashnikov, ndr) lasciavano ritenere che si trattasse di gruppi legati alla criminalità mafiosa». Ma non c’è da sorprendersi, perché inchieste successive hanno reso ancora più evidente come ci siano «rapporti diretti» tra ultras e criminalità. Nel dossier dell’Antimafia si fanno due nomi: «il leader indiscusso del gruppo degli Irriducibili, Rosario Piacenti, appartenente alla omonima famiglia mafiosa del quartiere Picanello […] e un altro leader dello stesso gruppo, Stefano Africano». Entrambi, nel 2016, sono stati condannati per tentata estorsione aggravata dalla finalità di agevolare l’associazione mafiosa dei Cursoti ai danni del giocatore del Catania Marco Biagianti, ancora capitano della squadra che oggi milita in Serie C. Ma non è l’unico esempio: dalla relazione emerge, ad esempio, che il leader di un altro gruppo è ritenuto vicino al clan Careteddi-Cappello, mentre il capo del gruppo Schizzati-Passarello «è figlio di un elemento di spicco del clan mafioso dei Cappello». E, come se non bastasse, «sempre vicino al clan dei Cappello è il leader di un ulteriore gruppo, con precedenti penali per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti». Insomma, una vera e propria «colonizzazione», come viene definita nella relazione, pericolosa perché, dice ancora Sorrentino, «questi rapporti […] non si esclude che possano tradursi in tentativi di ingerenze della criminalità organizzata insieme nelle dinamiche calcistiche, intese queste ultime sia come scelte di amministrazione e di gestione societaria, sia come tentativi di vessazione e di costrizione».


NAPOLI, COSÌ I CLAN SI DIVIDONO LE CURVE

Saliamo lungo lo Stivale e arriviamo a Napoli. Il pensiero, qui, non può che andare alle famose foto di Antonio Lo Russo, oggi collaboratore di giustizia ed ex boss del clan dei Capitoni di Secondigliano, a bordo campo durante la partita Napoli-Parma del 10 aprile 2010. E così capitò anche in altre partite di quella stagione. Com’è stato possibile? Semplice: Lo Russo riceveva un pass come giardiniere. Ma attenzione: come confermato dalla Dda di Napoli, a mettere in contatto la società che si occupava della manutenzione del campo e il boss, ancora una volta «un capo ultrà successivamente deceduto per cause naturali». Un episodio, questo, indice di una presenza fitta della criminalità in curva. Una presenza «territoriale», come la definisce la stessa Antimafia. Il motivo? Presto detto: all’interno dello stadio San Paolo esiste una precisa suddivisione tra la curva A la curva B, che rispecchia «non solo ma anche, purtroppo, i gruppi camorristici» di provenienza. L’esempio fatto dalla Dda in audizione è emblematico: se Lo Russo aveva influenza nella curva B, Genny ‘a carogna(protagonista del drammatico prepartita all’Olimpico nel 2014 in cui fu ucciso il tifoso del Napoli Ciro Esposito) aveva influenza in parte di quella A. Una divisione netta e senza margini di dialogo. Emblematico l’esempio del sostituto procuratore Enrica Parascandolo: «Non troverà mai nella curva B uno striscione “Sanità”, cioè che indica un quartiere dove per tradizione si va nella curva A, così come non troverà mai nella curva A uno striscione “Miano”, che indica il quartiere roccaforte del clan Lo Russo». Ma non sono mancati episodi di coesione tra le due curve, proprio grazie all’intervento di personaggi di spicco della criminalità. Siamo nel 2012: l’attaccante del Napoli, Ezequiel Lavezzi, è in lite con la società, tanto da essere a rischio cessione. In quel frangente sia nella curva A che nella B vengono esposti striscioni in difesa del giocatore. Quello che potrebbe sembrare un mero atto d’amore nei confronti di un calciatore, in realtà è il frutto dell’intervento dello stesso Lo Russo «grazie alle sue conoscenze con personaggi della curva A». Un fatto non casuale. E non solo per via di rapporti che la stessa Antimafia definisce «opachi» tra Lo Russo e Lavezzi, ma anche perché, per quanto detto, «assume un significato simbolico di accordo o almeno di avallo dei clan presenti nelle due curve contrapposte».

JUVENTUS, DALLA ROMANIA ALLA ‘NDRANGHETA

La vicenda juventina è senz’altro quella che più ha fatto scalpore, vista la presenza della ‘ndrangheta nella gestione del bagarinaggio. Ma il quadro, anche qui, è molto più ampio. Dalle audizioni, infatti, emerge come i primi segnali di interessamento emergano già nel 2012, nel corso di un’indagine su un’associazione mafiosa di origine rumena. Un collaboratore di giustizia aveva dichiarato che tra gli affari del sodalizio rumeno vi era «anche un’attività relativa alla cessione a terzi di abbonamenti per partecipare alle partite della Juventus», attività però già allora condotta «previa autorizzazione di criminali di origine calabrese, con i quali il sodalizio mafioso rumeno trattava stupefacenti». Tanto che dalle intercettazioni emergeva come il boss rumeno fosse andato in Calabria per chiedere il “permesso” prima di fondare un gruppo di ultras della Juventus, «i Templari». Una rete più vasta di quel che si potrebbe pensare e che ha portato, in ultimo, all’inchiesta «Alto Piemonte» da cui emerge il ruolo centrale di Rocco Dominello, figlio di Saverio (già in passato condannato per associazione di stampo mafioso). Rocco sarebbe stato introdotto nell’ambiente societario della Juventus da Fabio Germani («fondatore di un’associazione di tifosi, anch’egli indagato – per concorso esterno in associazione mafiosa – assolto nel processo di primo grado e per il quale pende appello»). Un nome, quello di Germani, che ricorre spesso poiché, a detta della commissione, sarebbe il «facilitatore» nel difficile rapporto tra società e ultras pregiudicati per gravi reati come Dino Mocciola, leader dei «Drughi» (già condannato per concorso in omicidio) e Loris Grancini, leader dei «Viking». Tutto, però, sotto l’egida e il controllo criminale. Non è un caso che anche per la costituzione di un nuovo gruppo ultras fossero necessarie due autorizzazioni: «una da parte degli ultras storici, una da parte della ‘ndrangheta». Plastica, in questo senso, la riunione tra Dominello, il capo dei Drughi e uno dei capi di un neo gruppo, «i Gobbi». Una rete fitta, dunque, finalizzata al controllo reticolare della tifoseria. Emblematica la conclusione dell’Antimafia: «La criminalità organizzata si è inserita in tale contesto assumendo di fatto il controllo della tifoseria organizzata e quindi i relativi benefici economici derivanti dall’attività illecita di bagarinaggio, quantificati in circa 30mila euro a partita per uno solo dei gruppi di tifosi, e quindi in proporzione anche di molto superiori».

ROMA E LAZIO: ULTRAS DIVISI? TUTTO UN BLUFF

Estremismo di destra e criminalità. Nelle tifoserie romane, tanto quelle giallorosse quanto quelle biancocelesti, è un leit-motiv stabile. Prendiamo Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik. L’ultrà è stato condannato per estorsione nei confronti del patron della Lazio, Claudio Lotito, insieme a un altro capo tifoso, Paolo Toffolo. Ma, ecco il punto, il nome di Diabolik emerge anche dall’inchiesta su Mafia Capitale: «Tutti erano concordi nell’affermare – si legge nelle carte giudiziarie – che su ponte Milvio opera una batteria particolarmente agguerrita e pericolosa con a capo Piscitelli Fabrizio alias Diabolik e della quale facevano parte soggetti albanesi quali Kolaj Orial alias «il pugile», Zogu Arben alias «Riccardino» e Shelever Yuri». La banda, come se non bastasse, era secondo l’accusa al servizio dei «napoletani» ormai insediatisi «a Roma nord», facenti capo al boss Michele Senese. Ma la rete, anche qui, è molto più ampia. Legato a Piscitelli, si legge ancora nella relazione, è anche Marco Turchetta, «Orso», leader degli Irriducibili della Lazio e «collegato a esponenti di spicco della destra estrema di Roma come Giuliano Castellino, leader della formazione “Roma ai romani”, più volte arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, sottoposto all’applicazione della misura della sorveglianza speciale». Non solo: Turchetta sarebbe legato anche a Maurizio Boccacci, «pluripregiudicato esponente neofascista, amico di Massimo Carminati». Ecco che il cerchio si chiude. Con un ultimo legame che non ci si aspetterebbe. Dopo la nota e triste vicenda delle immagini di Anna Frank (per cui la commissione avanza dubbi anche sull’operato di Lotito), gli ultras laziali hanno potuto registrare la solidarietà di Forza Nuova e, ancora, di Giuliano Castellino, tifoso giallorosso. «A testimonianza del fatto – ecco il punto – che la contrapposizione fra le tifoserie è più apparente che reale, e trova momenti di significativa unità e condivisione su temi come la violenza e il razzismo. Insorge il dubbio che tra le tifoserie della Roma e della Lazio esista allo stato una sorte di armistizio-collaborativo». Che, tuttavia, c’entra poco, molto poco, con il calcio.