la presidente della commissiona parlamentare antimafia Rosy Bindi schok:"Via la mafia dal calcio, ci vogliono pene severissime"

23.03.2018 18:12 di Luca Ronchi  articolo letto 2019 volte
la presidente della commissiona parlamentare antimafia Rosy Bindi schok:"Via la mafia dal calcio, ci vogliono pene severissime"

Non bastavano i delinquenti, il calcioscommesse, il doping ematico e finanziario, le capre da social, ma pure l'allarme mafia che torna puntualmente in auge ogni anno senza che nessuno alzi un dito per porre fine a questo teatrino che ha come uniche vittime i poveri tifosi che credono a questo mondo di farabutti.

Onorevole Bindi, diciamola tutta: il calcio ha vissuto il vostro lavoro come un’intrusione.

«Non le nascondo la mia preoccupazione quando ascoltai il direttore generale della Figc, Michele Uva, dire che avremmo dovuto occuparci di cose più interessanti. Quella frase confermò quanto stavamo constatando: il varco più grande lo apre la sottovalutazione. La mafia non c’è oppure se c’è non è così temibile, si può governare. Grazie a questi atteggiamenti la criminalità organizzata è penetrata in ogni settore della nostra società. E quindi pure nel calcio».

C’è un esempio che può fotografare la longa manus della mafia sul calcio?

«Ero all’Olimpico per la finale di Coppa Italia, Fiorentina-Napoli, devastata dall’uccisione in strada di un tifoso napoletano. Quella sera non mi sono scandalizzata quando qualcuno trattò con un soggetto tutt’altro che raccomandabile (Genny la carogna, ndr) per evitare una possibile guerriglia. Il problema è perché si è arrivati a tanto. E soprattutto adottare contromisure efficaci».

Vale a dire?

«Non è possibile che quel signore torni a casa come se nulla fosse, legittimato nel suo fare mafioso. Finita l’emergenza, gli si fa pagare un conto salatissimo. Lo stadio non può essere zona franca. Ed è un autogol delegare una responsabilità così importante a una frangia pericolosa di pseudo tifosi».

Quali sono i settori finiti nel mirino delle mafie?

«La gestione della sicurezza negli stadi, dei biglietti, la vendita di gadget, la ristorazione. In questo modo le organizzazione criminali sono entrate dentro il calcio. E ci stanno benissimo: ottengono consenso e affari».

I club si dicono impotenti, non hanno i mezzi e sono sotto ricatto delle frange più estreme.

«Vero, infatti abbiamo suggerito di correggere il principio della responsabilità oggettiva, almeno su quella parte che si sta rivelando un boomerang. Detto questo, occorre formare una nuova coscienza sportiva».

Avete proposto una serie d’interventi, quali pensa siano i più urgenti?

«Regolamentare le scommesse e vietarle dalla Serie D in giù, dove la mafia domina e controlla intere squadre. Il procuratore della Dda Gratteri dice: “Meglio restare senza squadra che sostenerne una in mano alla mafia”. Tra i dilettanti la situazione è drammatica. Spero che la Figc inizi da qui la bonifica: serve l’aiuto di tutti anche con leggi mirate. A proposito, sarebbe vitale introdurre il reato di bagarinaggio, spia di crimini più importanti. E le istituzioni sportive, in particolare il Coni come ente pubblico, devono essere molto più rigide nel controllo dei soldi usati per acquistare le società. Si deve applicare la normativa antiriciclaggio ed esigere che siano effettuati i controlli antimafia dalle federazioni e dalle leghe, soprattutto quando in gioco ci sono risorse pubbliche».

Si riferisce alla Covisoc che dà il via libera all’iscrizione nei campionati?

«Certo, i poteri della Covisoc (e della Covisod per i dilettanti) devono essere rafforzati, i controlli oggi sono pochi e formali. Vanno verificati gli assetti proprietari, i bilanci e la provenienza del denaro. I capitali oscuri ci sono persino nei grandi club. E il riciclaggio porta dritto al potere mafioso: eppure nelle regole Uefa sul fair play finanziario non compare mai la parola riciclaggio».

Altri suggerimenti?

«Gli stadi italiani sono insicuri e fatiscenti. La Juve è il modello da seguire e ben vengano i privati per costruire infrastrutture nuove. Il calcio appartiene a tutti, dovrebbe essere la nostra oasi felice».