Regole e patti di sangue, quei violenti delle curve che si atteggiano a boss. Voi continuate ad attaccare il sottoscritto, mi raccomando....

05.01.2019 06:30 di Luca Ronchi  articolo letto 2474 volte
Fonte: Da Repubblica
Regole e patti di sangue, quei violenti delle curve che si atteggiano a boss. Voi continuate ad attaccare il sottoscritto, mi raccomando....

Vi riporto un articolo di Repubblica, scritto dal bergamasco Berizzi, più volte nel mirino di "pseudo fascisti" di casa nostra, esperto di mondo ultras. Leggetelo e mi raccomando, continuate ad attaccare il sottoscritto, leccando il culo a Jacobelli e giornalisti bergamaschi che difendono questa feccia infame. 

Una rosa rossa posata sull’asfalto, la data "27- 12- 2018" e la runa " algiz", nella mistica nazista l’onore ai caduti che torneranno in vita. L’ultima immagine in ricordo di Daniele Belardinelli è la metafora dell’ultrà 2.0. L’epitaffio, il manto che silenzia nell’omertà tutto quanto sta dietro le curve. Gli affari sporchi sotto la coperta del tifo. I legami con il crimine organizzato. Le faide, le cupole e le gerarchie. Un modello italiano copiato dai supporter all’estero.

Perché tiene insieme due pezzi: la parte " manageriale", che cura i guadagni e i rapporti coi club, e il braccio armato che fa il lavoro in strada. La fotografia della rosa rossa per Belardinelli l’hanno postata ieri mattina i nazionalsocialisti della Comunità dei dodici raggi, sotto inchiesta a Varese per tentata ricostituzione del partito fascista. Quelli tatuati con la scritta " cut one and we all bleed" (" tagliane uno e scappano tutti") che con " Dede" condividevano gli spalti neri " Blood& Honour". Gli stilemi della retorica ultrà. L’epica guerresca.

« Noi siamo così, ultras nella vita non solo alla partita » , ricorda un vecchio capo tifoseria lombardo.

« Adesso ne dasperanno un po’.

Interisti e napoletani. Ma poi la storia continua e noi ci saremo.

Anche dopo i tavoli di governo... » .

Nel mondo rovesciato delle curve c’è sempre un morto ancora caldo da elevare a martire. Uno che se ne è andato per giusta causa: era lì a farsi avanti, a tendere una trappola con mazze e bomboni, « vedrai alla fine gli renderanno omaggio anche i napolecani » antico insulto della Nord fascio- interista che non dispiaceva ai leghisti di Pontida.

Curve pericolose e codice: onore, fratellanza, rispetto. Di che cosa, però? Lunedì al Viminale da Salvini e Giorgetti " loro" non ci saranno. Per prudenza e opportunità i vertici del calcio e del governo gli ultrà non li hanno voluti ( ci saranno solo referenti dei club di tifosi scelti dalle società). Fossero andati avrebbero mandato qualcuno " pulito": teste di legno, nomi spendibili per un’operazione politica sulla cui reale efficacia c’è chi non ha solo certezze. Non ci saranno i Boys e i Viking interisti, i padroni della curva Nord di San Siro nei cui drappi si identificano gli assalitori della notte di sangue di via Novara ( a partire dal capo e coreografo Marco Piovella detto il " Rosso").

Non ci saranno i " cugini" della " Curva Sud" rossonera: il leader Luca Lucci, spacciatore e mazziere salutato cordialmente dal ministro dell’Interno, il ministro- ultrà Salvini che ancora due giorni fa posta la foto di un selfie insieme ai poliziotti del soccorso alpino e sul cellulare è visibile l’adesivo " Curva Sud". Il gruppo in mano a gente come il " Toro" - il pregiudicato Lucci - il fratello Francesco e gli amici Giancarlo " Sandokan" Lombardi, Marietto Diana, il " Barone" Giancarlo Capelli: tutti già inquisiti. Al tavolo " sportivo" del Viminale non siederanno nemmeno, per fortuna, i Black Devil, altra sigla della curva milanista. Sono capeggiati da Domenico Vottari, detto Mimmo, originario di Melito Porto Salvo: diversi anni di carcere ( anche per omicidio) e contatti con la ‘ ndrangheta nel nord Italia. Coi fiduciari delle cosche calabresi ( clan Sergi e Papalia) ha rapporti anche Loris Grancini, capo dei Viking della Juve, 13 anni per un tentato omicidio. Grancini è amico di " Sandokan" Lombardi: capi di due tifoserie rivali. A loro volta acerrime nemiche degli ultrà napoletani della Curva A. Il bacino dove gli investigatori stanno cercando gli " autisti" che hanno tirato sotto Belardinelli. La Curva A del San Paolo è il regno dei Mastiffs il cui boss era uno già balzato agli onori delle cronache e ora in carcere per droga: Gennaro De Tommaso, Genny ‘ a carogna, il mediatore ( con le forze dell’ordine) che il 3 maggio 2014 allo stadio Olimpico di Roma placa la sua curva per dare il via libera alla finale di Coppa Italia Fiorentina- Napoli dopo il ferimento di Ciro Esposito ( che morirà in seguito agli spari dell’ultrà romanista e neonazista Daniele De Santis). Dei 420 gruppi ultrà italiani, circa 45mila tifosi, con il 75% delle curve politicamente orientate a destra, quelli della Curva A sono tra i più temuti: e anche tra i più infiltrati dalla camorra. « Controlla il tifo e i clan si dividono i posti in curva » , disse l’anno scorso il pm della Dda di Napoli, Enrica Parascandolo.

Come non ricordare l’inquietante presenza a bordo campo, al San Paolo, del figlio del boss Salvatore Lo Russo, Antonio, alle partite del Napoli otto anni fa. Il modello della cosca, regole ferree e patti di sangue, e poi capi, emissari, gregari. Direttivi che decidono gli scontri e si spartiscono la torta dei guadagni ( spaccio, biglietti, bar e parcheggi intorno agli stadi).

Leader che stoccano cocaina e intanto si accreditano con calciatori, dirigenti e personalità politiche. Esempi da non imitare?

Anzi. In Europa il modello italiano è ammirato. A dicembre i tifosi della Torcida verde dello Sporting Lisbona hanno omaggiato con una coreografia le curve italiane: " Diversi nei colori, uniti nei valori.

Ultras da sempre aggregazione e fonte di ispirazione", era scritto su uno striscione accompagnato dai loghi di 34 gruppi ultrà italiani. Un tempo si sarebbe detto " all’ultimo stadio". Oggi, forse, siamo oltre.