Un modo diverso di vivere il calcio. E se dall'applauso a Iniesta e Messi....

 di Luca Ronchi  articolo letto 1596 volte
Fonte: Gazzetta dello Sport
Un modo diverso di vivere il calcio.  E se dall'applauso a Iniesta e Messi....

E se dagli applausi juventini a Messi e Iniesta nascesse un nuovo modo di vivere il calcio? Se improvvisamente si zittissero quei selvaggi che hanno fischiato l’inno svedese senza alcun motivo se non xenofobia e ignoranza? Se si rendessero conto d’essere stati eliminati anche loro, con colpe peggiori di chi sbaglia formazione, e chiedessero scusa, se non ai loro figli, almeno alle loro coscienze invece d’indignarsi per Tavecchio e Ventura? Se l’odio per l’altro, il «devi morire», fossero davvero banditi dalle tribune?

Doping e scommesse saranno forse sconfitti: ma non sarà altrettanto facile debellare l’ideologia del «nemico» da distruggere. Eppure anche allo stadio si può essere civili e sportivi, e rivolgere un applauso a chi indossa i colori (sportivamente) rivali. A Torino è successo. I tifosi dell’Allianz non sempre brillano per educazione (nessun pregiudizio: sono in buona compagnia di tutti gli altri). Noi ci vergogniamo per quei cori disgustosi contro i portieri che effettuano la rimessa: un bel turno di stop per la zona colpevole, in automatico e senza appello, potrebbe essere utile.

Però il doppio, emozionante, sincero applauso a Messi e Iniesta — il primo addirittura preventivo al momento dell’entrata, il secondo per salutare il campione che usciva — è un gioiello da portare nel futuro. Il segno che c’è speranza. La voglia di sentirsi come a Madrid quando applaudirono Del Piero, Maldini e Totti perché simboli universali e non nemici stranieri. Siamo stati tutti meglio mercoledì, possiamo confessarlo. Soltanto pochi giorni dopo i fatti di San Siro.

L’immagine degli azzurri che applaudono invano — cercando di contrastare quell’onda di inciviltà che comprende vecchi e bambini — è lo specchio della società del «oh, ma checcaz... vuoi!». In altre città le persone perbene avevano coperto i beceri con gli applausi, a Milano è stato impossibile. E anche nella civile Solna i fischi verso l’inno di Mameli non erano mancati.

La battaglia è di quelle disperate, ma qui potrebbe cominciare subito. Fin dalla lettura delle formazioni che, dovunque, è il pronti-via ufficiale per l’odio. La squadra di casa è celebrata come i 300 delle Termopili, mentre gli ospiti sono elencati a mezza voce, storpiando qualche nome tipo Emilio Fede, facendo coprire il tutto dai «buu». Così il calcio ha già perso. Al ritorno lo speaker di casa restituirà il favore in una spirale irreversibile. Continuiamo così, facciamoci del male. Oppure ribelliamoci. Con il soccorso, purtroppo indispensabile, di qualche regola in più.